La Via Appia

Più volte, nel corso dei miei viaggi nel sud, ho avuto modo di incrociare luoghi, paesi, territori, località connessi a questa antica e fondamentale arteria viaria intorno alla quale si sono sviluppate attività economiche, sociali e culturali di grande interesse e valore.

Il bel libro di Rumiz (“Appia”, Paolo Rumiz, Feltrinelli, Milano, 2016) del quale ho avuto modo di accennare in più occasioni, raccontando la fatica e i problemi del voler ripercorrere (a piedi) quella strada, offre anche uno spaccato della sua grandezza passata, del ruolo strategico da essa assunta durante il lungo periodo della civiltà romana. Illustra anche i misfatti compiuti dagli uomini che, per volontà accaparratorie, hanno disgregato e sconvolto quel percorso, impadronendosi di spazi ed aree in maniera privatistica e, spesso, anche abusiva. Tratteggia anche l’insipienza politica della gestione del territorio e l’incapacità di amministratori statali e locali, nel dare lustro ad un patrimonio culturale di grande rilievo ed importanza.

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Molto spesso, ed anche recentissimamente, scelte di carattere politico miope e scarsamente attente all’insieme del patrimonio artistico e culturale italiano, hanno vanificato e vanificano l’impegno con il quale uomini d’ingegno e di cultura si sono impegnati per far rivivere in modo originale questo ricco patrimonio.

E’ la storia di Insolera, dei Cederna, dei Petroselli e di tanti altri che hanno speso una vita per sostenere la necessità di mantenere, gestire, conservare e, soprattutto, tramandare alle future generazioni, l’incredibile patrimonio costituito dalla via Appia Antica.

Per la verità, quella di un grande Parco Archeologico che si estendesse dal Campidoglio, ai Fori, al Palatino e fino alla via Appia, era stato persino un sogno di Napoleone; tra il 1850 e il 1853 fu opera di Luigi Canina (Commissario alle Antichità di Roma del Governo Pontificio), la risistemazione della strada e di parte dei monumenti; purtroppo già nel 1939, una serie di interventi modificarono e sconvolsero questo disegno, interrompendo la continuità fisica, ideale e culturale tra questi diversi luoghi; ancora oggi molti monumenti sono di proprietà privata e, come detto, non solo non sono state adottate adeguate sistemazioni per la specificità dei suoi valori, ma talune scelte vengono assunte in palese contraddizione con questo ampio, articolato e interessante disegno di sistemazione archeologica ed ambientale.

Ma veniamo al dunque.

Questa volta ho percorso un lungo tratto di questa strada in prossimità di Roma, per la precisione da via Erode Attico a via di Cecilia Metella. Si tratta, grosso modo, del terzo e quarto miglio dell’antica strada.

Non è un tratto particolarmente ricco di monumenti, anzi, la gran parte dei terreni circostanti sono da tempo privatizzati e “feudi” di famiglie e “casate” vecchie e nuove, che vi hanno costruito, ben nascoste nel verde, e al riparo di occhi “indiscreti”, abitazioni, case e ville, se non addirittura ristoranti e sale di ricevimento.

Anche l’antico basalto, in questo lungo tratto, è per gran parte sostituito da una pavimentazione fatta di cubetti di porfido.

Dei tanti monumenti funerari che un tempo affiancavano la strada, sono rimaste poche memorie, alcune addirittura chiuse dentro cancellate; oppure, totalmente privati degli arredi esterni, appaiono ridotti a rinsecchite opere murarie, scheletriche strutture di mattoni e malta.

Questo panorama è vivacizzato, soprattutto nelle belle giornate di sole primaverile, quando un dolce venticello mitiga ancora i raggi del futuro caldo estivo, da frotte di cittadini e (rari) turisti che percorrono questa strada. Si tratta di singoli, di coppie, a volte di intere famigliole; a piedi, in bicicletta, qualche volta a cavallo. I turisti si notano subito, perché, come me, costantemente a caccia di qualcosa di particolare da fotografare, qualche pezzo di monumento, una statua, la struttura di un’edicola funeraria.

Agli altri basta passeggiare, chiacchierare, apprezzare il gusto di una “camminata” in campagna, seppure entro i confini di una grande città come Roma.

Rispetto alle tendenze attualmente prevalenti, portate a disconoscere il valore e la potenzialità di una diversa e migliore sistemazione di questi luoghi, è necessario tuttavia menzionare almeno due casi nei quali, con grandi difficoltà e resistenze, e non senza problemi, si sia riusciti fare qualcosa di profondamente diverso ed innovativo.

Il primo è quello relativo alla realizzazione di un Arboreto, all’incrocio tra la via Appia Antica e via dei Lugari. Qui un ampio appezzamento di terreno è stato destinato alla coltivazione di alcune essenze arboree di particolare pregio e valore e di provenienza essenzialmente esotica (pini, abeti, ecc.). Sarebbe tuttavia necessario qualcosa in più di pochi cartelli esplicativi per informare il grande pubblico dell’interesse e del valore di una simile istituzione.

Il secondo caso, a mio parere ancor più importante e significativo, è quello di Capo di Bove.

Capo di Bove è un toponimo, derivante dalle decorazioni del vicino Mausoleo di Cecilia Metella (del quale parlerò nel corso di una prossima visita a quella parte della via Appia).

Sulla sommità del museo è un fregio decorato con festoni e bucrani, di qui il nome dato alla intera zona circostante.

Capo di Bove è un complesso che fino al 2002 era di proprietà privata. In quella data il Ministero dei Beni Culturali l’ha acquistato, esercitando diritto di prelazione, trattandosi di “area di interesse archeologico per la presenza di strutture murarie antiche”. Il luogo, oggetto di scavi, è oggi aperto al pubblico, con una esemplare operazione di ristrutturazione e di riorganizzazione degli spazi, ed è sede, fra l’altro, del prezioso Archivio di Antonio Cederna, uno degli uomini che più si è speso per cercare di riportare la dovuta attenzione verso l’intera area archeologica di Roma.

E’ stato così portato alla luce un intero complesso termale, risalente al II secolo d.c., probabilmente ad uso privato, che si apriva direttamente sulla via Appia e, forse, realizzato da Erode Attico (precettore di Marco Aurelio e di Lucio Veio), che, all’epoca, aveva lì una vasta proprietà.

Il complesso termale, ricco di mosaici, alcuni dei quali recuperati e visibili, rimase in uso almeno fino al IV secolo.

Nell’ Alto medioevo la zona divenne proprietà della Chiesa e, successivamente fu prima della famiglia Caetani (la famiglia di Bonifacio VIII), che vi costruì una villa fortificata e poi passò di mano in mano da privati ad enti di culto e viceversa, fino all’acquisizione, come detto, da parte dello Stato.

E’ parte della proprietà, nei pressi degli scavi, un edificio, nel quale oltre ad essere conservato il già citato Archivio Cederna, si svolgono mostre fotografiche ed altre attività legate alla vita del Parco dell’Appia Antica.

Da rilevare che l’edificio, come si legge nel depliant illustrativo, tra gli anni 50 e 70 “fu trasformato, ampliato e modificato nelle forme attuali e oggi si presenta con una caratteristica cortina muraria esterna; si tratta di una sorta di rivisitazione della tecnica “spolia” tipica dell’età medievale, cioè del riuso di materiali antichi, molti dei quali, in questo caso, recuperati dai sepolcri romani che fiancheggiavano l’Appia”.

C’è forse bisogno di aggiungere altro?

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