Grecia (5) – Mitica Arcadia

E siamo al quinto giorno di viaggio.

Abbiamo già visitato alcuni luoghi assai significativi della costa occidentale della Grecia continentale: Parga, Nekromanteion, Nikopoli, Arta, Missolungi; abbiamo attraversato lo stretto di Corinto e ci siamo avviati lungo la costa occidentale del Peloponneso; abbiamo visitato la mitica Olimpia e i suoi monumenti.

Ora ci inoltriamo nella mitica Arcadia: montagne, un verde lussureggiante; alberi di querce, roverella; piante di mirto e di alloro. Un paesaggio incantevole, aspro e duro. Le rocce nude segnano la strada che si inerpica, stretta, tra le montagne; il verde intenso colora i fianchi e le cime dei monti. La strada procede in una zona scarsamente abitata, fatta eccezione per piccoli e radi accocchi di case, lontane l’uno dall’altro.

Qui, a parte alcune zone con olivi nelle vicinanze di queste piccole frazioni, è più facile incontrare greggi di capre e di pecore che non coltivazioni agricole; difficile persino incrociare auto e men che meno autobus turistici.

Eppure l’Arcadia è una terra mitica che ha ispirato poeti e scrittori (soprattutto romantici). Una terra ideale, un mondo idilliaco, dove uomini e natura vivono in perfetta armonia. La terra mitologica dove le ninfe corrono e giocano nella foresta; la patria del dio Pan e della sua corte di driadi e spiriti della natura. Un paesaggio vergine e bucolico.

In realtà è un territorio montuoso, aspro, poco abitato proprio a causa della sua particolare orografia.

In questo territorio, non senza difficoltà ci avventuriamo per raggiungere il Tempio di Apollo Epicureo, detto anche Tempio di Basse.

Nel piazzale poche auto a testimoniare la difficoltà di raggiungere questo luogo, ma anche la sua colpevole esclusione dai principali “giri” turistici, che privilegiano, da parte dei principali tour operator, alcuni, pochi luoghi, comunemente conosciuti, e concentrano lì la frequentazione dei gruppi e la concentrazione dei flussi (nell’esclusivo interesse dei loro maggiori guadagni).

Raggiungiamo così con grande soddisfazione il sito archeologico di Basse che, come Olimpia, è uno dei più antichi centri di culto della Grecia.

Non è tardi, infatti, per ricordare (l’ho omesso dal precedente scritto per motivi di spazio, vedi https://michelecasa.wordpress.com/2017/06/26/grecia-4-olimpia/), che il sito di Olimpia era frequentato in un’epoca ancora anteriore a quella in cui cominciarono i giochi. L’Altis, il bosco sacro, fu frequentato fin dall’inizio del VIII secolo a.c., come attestato dalle offerte votive (statuette, vasi, oggetti di bronzo) che vi sono state rinvenute. Tra la metà e la fine del VII secolo è possibile collocare la prima fase monumentale del santuario, rappresentata dal primo Tempio di Hera (da non confondere con quello successivo, pure dedicato alla stessa dea); mentre solo nel secolo successivo venne intrapresa la prima sistemazione dello stadio.

Per tornare al Tempio di Basse, anche questo sito era frequentato in epoca arcaica, sede di un culto primitivo di Zeus che prevedeva (così racconta la Guida Touring della Grecia) sacrifici umani e persino l’antropofagia.

A 1.131 metri di altezza (questa la quota dove si trova il tempio), il luogo guarda sulle montagne, solcate da valloni detti “bassai”. Da qui prende il nome il tempio dedicato, come detto, ad Apollo Epicureo (il soccorritore). Esso fu infatti commissionato dalla popolazione di Figàlia, come ringraziamento per la liberazione dalla peste.

Il tempio, quasi del tutto completo, riparato da un enorme tendone bianco per preservarlo dagli agenti atmosferici nella lunga e decennale opera di restauro cui è interessato, presenta alcuni aspetti particolari e diversi dalla maggior parte dei templi greci.

E’ infatti orientato a nord e non ad est; ha un numero di colonne sul lato lungo, maggiore del solito (15 su ciascun lato), rispetto alle sei dei lati corti; una insolita ripartizione della cella, con la presenza di colonne disposte in modo “non ordinato”.

Ma la cosa più interessante, che ci riporta alla questione relativa alla necessità di evitare una periodizzazione astratta e rigida nella storia dell’arte (in tutta la storia dell’arte, sia antica che moderna), è la presenza contemporanea di stili diversi: dorico, ionico e corinzio.

Insomma un’opera di grande interesse per il quale è valsa la pena percorrere quasi cento chilometri di strade di montagna. Ancora altri chilometri per scendere dalla montagna e tornare verso il mare, verso Kalò Nerò; progressivamente il paesaggio cambia e tornano le coltivazioni agricole, gli oliveti, i frutteti, qualche coltura orticola.

Ci addentriamo un poco verso l’interno e, su una altura circondata da centinaia e centinaia di ulivi, con una splendida vista che raggiunge il mare, arriviamo ad un’altra importante tappa del nostro viaggio e anche della storia classica della Grecia: il Palazzo di Nestore.

Una grande struttura fatta di tubi di acciaio, tensostrutture e coperta di materiali che ombreggiano il luogo senza limitare la luminosità, coprono il sito; una lunga passerella sopraelevata consente ai visitatori di percorrere i resti della preziosa dimora senza calpestare i ruderi, ed avendo una “lettura” del sito ampia e completa.

Questo è uno dei pochi casi in cui storia, archeologia, mito e poesia hanno potuto intrecciarsi in maniera proficua. Infatti sono stati proprio i versi dell’Odissea di Omero, la loro descrizione precisa del luogo e della dimora a rendere possibile ed agevole l’identificazione del sito. Qui giunse, accolto con cortesia ed onori dal saggio Nestore, Telemaco, alla ricerca di notizie del padre Ulisse.

Gli scavi, iniziati assai di recente (1952), hanno messo in luce una struttura bruciata intorno al 1200 a.c., (periodo corrispondente all’invasione dei Dori), e risalente a circa cento anni prima.

Dall’alto della passerella aerea, e con l’aiuto di tavole esplicative presenti lungo il percorso, è facile individuare le diverse parti dell’edifico, per quei tempi grande e assai lussuoso.

L’ingresso, il cortile, la sala del trono con al centro i resti del grande focolare centrale; i “quartieri” della regina, i resti di una vasca per il bagno; e poi ancora locali di servizio, magazzini, la cantina. Bellissimo ed interessante.

Di grande interesse è la sala denominata “Archivio”. Qui è stata fatta una scoperta di grande valore ed importanza: sono stati qui ritrovate alcune tavolette, “cotte” dall’incendio, e quindi preservate fino ad oggi, con iscrizioni in quella che si definisce scrittura “lineare B”, una dei primi tipi di scrittura conosciuta.

Poche tracce rimaste di affreschi e dipinti sono facilmente ascrivibili ad uno stile di grande bellezza che mescola caratteristiche cretesi e micenee.

La copertura del sito ci salva dalla calura, altrimenti opprimente, insieme con il venticello fresco che “tira” dal mare.

Decidiamo di tornare verso il mare e la nostra prossima meta: Pylos.

Prima, ancora una breve sosta sulla spiaggia di Voidokilia, nella grande baia di Pylos-Nestoras, l’attuale denominazione di quella che era precedentemente conosciuta come Baia di Navarrino.

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