Il Circeo

Il ricordo arriva appena intravedo la sagoma del Circeo che si protende nel mare.

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Chissà chi ricorda i tragici fatti del Circeo a quaranta anni di distanza.

Anzi, visto il tempo intercorso, chissà chi conosce i fatti del Circeo. Quei fatti drammatici che coinvolsero l’opinione pubblica nel settembre del 1975 e che nella nostra memoria restano definiti come “Il massacro del Circeo”.

Frutto di una razzista violenza maschile.

E sarebbe utile comprendere quanto di quella mentalità fascista si sia ormai diffusa ed innervata anche in strati socialmente diversificati della società moderna, senza che una ideologia propugnante l’eguagianza dei sessi e l’autonomia delle donne sia riuscita a contrastarla efficacemente, anzi con un regresso inconsapevolmente allargatosi e capace di coinvolgere, purtroppo, migliaia di persone e centinaia di casi diversi. Se cioè quei fatti non siano stati l’incipit (ma non certo i primi), del vergognoso e rapido diffondersi di una logica suprematista del maschio, in aperta contraddizione e proprio nello stesso momento nel quale si sviluppavano azioni ed iniziative tese a rendere autonomo e paritario nella società il ruolo delle donne e a qualificare la loro figura all’interno della famiglia e della società.

Ma veniamo alla cronaca.

Cominciamo dal drammatico racconto di Donatella Colasanti, una delle due vittime.

“Tutto è cominciato una settimana fa, con l’incontro con un ragazzo all’uscita del cinema che diceva di chiamarsi Carlo, lo scambio dei numeri di telefono e la promessa di vederci all’indomani insieme ad altri amici. Con Carlo così, vengono Angelo e Gianni, chiacchieriamo un po’, poi si decide di fare qualcosa all’indomani, io dico che non avrei potuto, allora si fissa per lunedì. L’appuntamento è per le quattro del pomeriggio. Arrivano solo Angelo e Gianni, Carlo, dicono, aveva una festa alla sua villa di Lavinio, se avessimo voluto raggiungerlo… ma a Lavinio non arrivammo mai. I due a un certo punto si fermano a un bar per telefonare a Carlo, così dicono; quando Gianni ritorna in macchina dice che l’amico avrebbe gradito la nostra visita e che andassimo pure in villa che lui stava al mare. La villa era al Circeo e quel Carlo non arrivò mai. I due si svelano subito e ci chiedono di fare l’amore, rifiutiamo, insistono e ci promettono un milione ciascuna, rifiutiamo di nuovo. A questo punto Gianni tira fuori una pistola e dice: “Siamo della banda dei Marsigliesi, quindi vi conviene obbedire, quando arriverà Jacques Berenguer non avrete scampo, lui è un duro, è quello che ha rapito il gioielliere Bulgari”. Capiamo che era una trappola e scoppiamo a piangere. I due ci chiudono in bagno, aspettavano Jacques. La mattina dopo Angelo apre la porta del bagno e si accorge che il lavandino è rotto, si infuria come un pazzo e ci ammazza di botte, e ci separano: io in un bagno, Rosaria in un altro. Comincia l’inferno. Verso sera arriva Jacques. Jacques in realtà era Andrea Ghira, dice che ci porterà a Roma ma poi ci hanno addormentate. Ci fanno tre punture ciascuna, ma io e Rosaria siamo più sveglie di prima e allora passano ad altri sistemi. Prendono Rosaria e la portano in un’altra stanza per cloroformizzarla dicono, la sento piangere e urlare, poi silenzio all’improvviso. Devono averla uccisa in quel momento. Mi picchiano in testa col calcio della pistola, sono mezza stordita, e allora mi legano un laccio al collo e mi trascinano per tutta casa per strozzarmi, svengo per un po’, e quando mi sveglio sento uno che mi tiene al petto con un piede e sento che dice: “Questa non vuole proprio morire”, e giù a colpirmi in testa con una spranga di ferro. Ho capito che avevo una sola via di uscita, fingermi morta, e l’ho fatto. Mi hanno messa nel portabagagli della macchina, Rosaria non c’era ancora, ma quando l’hanno portata ho sentito chiudere il cofano e uno che diceva: “Guarda come dormono bene queste due”.

Le due vittime sono Donatella Colasanti (17 anni, studentessa), e Rosaria Lopez (19 anni, barista), due ragazze definite dalla cronaca dell’epoca “di modesta famiglia”.

I colpevoli, violentatori, massacratori, omicidi sono Andrea Ghira, 22 anni, già condannato per rapina a mano armata; Angelo Izzo, 20 anni, già condannato per aver violentato due ragazzine e Giovanni Guido, 20 anni, l’unico incensurato.

Tutti e tre, sempre secondo le definizioni giornalistiche dell’epoca, “ragazzi di buona famiglia”, appartenenti cioè alla ricca borghesia pariolina. Da annotare che per i crimini già commessi, i primi due, seppur condannati, avevano fatto solo pochi mesi di carcere.

Così, questi tre giovani sfaccendati, pensarono bene di perpetrare un altro crimine.

“Per più di un giorno ed una notte le due ragazze furono violentate, seviziate e massacrate. I tre esternarono un odio sia misogino che di censo, con tanto di recriminazioni ideologiche contro le donne ed il ceto meno abbiente, a due ragazze semplici, mai interessatesi di politica. Guido ritornava a Roma per non mancare la cena con i propri familiari per poi ripartire per il Circeo e riunirsi ai suoi amici aguzzini. Entrambe vennero drogate. Rosaria Lopez fu portata nel bagno di sopra della villa, picchiata e uccisa annegata nella vasca da bagno. Dopo i tre tentarono di strangolare con una cintura la Colasanti e la colpirono selvaggiamente. In un momento di disattenzione dei due aguzzini, Donatella riuscì a raggiungere un telefono e cercò di chiedere aiuto, ma fu scoperta e, colpita con una spranga di ferro e crollata a terra, si finse morta, ingannando gli aguzzini. Credendole entrambe morte i tre le rinchiusero nel bagagliaio di una Fiat 127 bianca intestata al padre di Gianni Guido, Raffaele. La Colasanti riferì che, durante il viaggio di ritorno, i ragazzi ridevano allegramente ed ascoltavano musica, ripetendo “Zitti che a bordo ci sono due morte” e “Come dormono bene queste”. Dopo esser arrivati vicino a casa di Guido decisero di andare a cenare in un ristorante (e in quella sede vennero alle mani con un paio di giovani militanti comunisti incrociati per caso). Lasciarono la Fiat 127 con le due ragazze che credevano morte in via Pola, nel quartiere “Trieste”, probabilmente intenzionati a disfarsi dei cadaveri più tardi. Donatella Colasanti, sopravvissuta per miracolo e in preda a choc, approfittò dell’assenza dei ragazzi per richiamare l’attenzione gridando e venendo udita da un metronotte, in servizio, alle ore 22:50. (…). Izzo e Guido furono arrestati entro poche ore (è nota una foto d’archivio in cui Izzo esibisce spavaldamente le manette ai polsi, sorridendo), mentre Ghira, grazie a una soffiata, non sarà mai catturato, anche se il mattino dopo i Carabinieri scoprirono la madre ed il fratello del giovane nei pressi dell’abitazione del Circeo sospettando che Andrea li avesse avvertiti e avesse chiesto aiuto per far sparire eventuali tracce. Alcuni mesi dopo Ghira scrisse agli amici Izzo e Guido in carcere, assicurando loro che sarebbero usciti presto “per buona condotta” e minacciando di uccidere la Colasanti, perché non testimoniasse contro di loro[4]. La Colasanti fu ricoverata in ospedale con ferite gravi e frattura del naso, guaribili in più di trenta giorni, e gravissimi danni psicologici da cui non si riprese mai completamente.” (https://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_del_Circeo).

Ho attraversato quei luoghi di recente.

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Mi sono fermato a guardare gli aironi e gli altri uccelli placidamente passeggiare nella vicina zona umida. Ho fatto il bagno in quelle acque. Sono stato a lungo sulla lunga spiaggia sabbiosa, separata dalla strada che percorre tutta la lunga bassa costa con dune sabbiose che si alzano per cinque, sei metri. Alte dune, ricoperte della tipica vegetazione mediterranea.

Un luogo piacevole e gradevole, attraversato da varchi naturali o artificiali che portano centinaia di persone che frequentano quel litorale. E le ville, le tante ville seminascosti nella vegetazione. In una di queste ville, si svolsero i fatti che ho ricordato.

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Mi sono fermato ai piedi del monte dove in tranquille passeggiate si possono raccogliere il mirto o i funghi. Ho percorso il piccolo molo che si trova proprio alla base del monte, dove la spiaggia sabbiosa si interrompe.

Qui viveva, secondo quanto canta l’Odissea, la maga Circe e qui gli uomini di Ulisse furono trasformati in porci.

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