Due mostre: Botero e Boldini

Botero e Boldini, due artisti accomunati, oltre che dalla iniziale dei loro cognomi, anche dal raro successo che gli artisti conseguono ancora in vita.

Le mostre dedicate ai due artisti, sono in corso al Complesso del Vittoriale (14 euro per Botero, 12 per Boldini il biglietto d’ingresso, 20 euro il biglietto cumulativo), a Roma.

Per il resto sono due artisti assai diversi tra loro, con un linguaggio pittorico che, oltre alla diversità delle epoche in cui hanno lavorato, hanno caratteristiche e “filosofie” completamente diverse.

La mostra di Botero, una cinquantina di dipinti, cui si aggiungono una manciata di statue, mette in evidenza quella che è la cifra principale di questo artista: il volume.

Il volume si evidenzia con forza proprio nelle sculture, la forma con cui questo artista, dal 1983 ad oggi ha deciso di lavorare, trasferendosi in Toscana, nella zona dei marmi, proprio perché è in questo modo che riesce ad esprimersi al meglio, secondo quanto da lui stesso affermato.

Ma anche le tele si caratterizzano con questa grande evidenza di forme, cui il colore, vivo e scintillante dona ulteriore “rotondità”. E’ un artista facilmente riconoscibile proprio per questa caratteristica e per questa stessa ragione molto discusso.

La mostra è divisa in sezioni tematiche. Già dalla prima, dedicata ai capolavori dell’arte italiana ed europea da lui ammirati e trasposti nelle sue tele, il volume delle forme dilaga. Le tele dedicate a “Las Meninas” di Velasquez, quelle a Piero della Francesca, con il rifacimento del “Doppio ritratto dei duchi di Urbino”, il ritratto di Maria Antonietta, sono espressione del suo grande rispetto per l’arte europea che Botero reinterpreta nella convinzione che “Se dipingo un quadro che ha lo stesso tema usato da un pittore famoso, io sono parte della stessa tradizione”.

E si continua nella seconda sezione, dedicata alle “Nature Morte”, dove natura ed atmosfera vengono dilatate, con il decisivo contributo dei colori. La frutta, gli oggetti, le arance, le mele appaiono effettivamente come tali, al di là della loro “dilatazione volumetrica”, anzi, appaiono tali proprio perché dilatate.

La religione (tema della terza sezione) costituisce per un sudamericano, qual è Botero, un valore fondativo e culturalmente assai significativo, “per quel suo essere sempre sul limite tra realtà e percezione di un mondo che sconfina oltre il limite del reale”. Per questo, a volte, le tele di Botero sembrano trascendere e compiere passi nell’ironia con “Passeggiata sulla collina” dove un sacerdote che riempie da solo l’intera scena, apre un ombrello fuori dimensione; o nel “Cardinale addormentato”, ove un personaggio in abiti cardinalizi, riposa su un letto circondato da sei candele; o il “Nunzio”, che si muove quasi stranito sullo sfondo di una rigogliosa foresta di banani, con il pastorale, la mitra e un chierico al seguito.

L’attenzione per gli abiti, per i loro colori sgargianti, per le atmosfere “sospese”, gli ambienti barocchi, gli interni sfarzosi si evidenziano nella sezione dedicata alla politica. Boero non sembra farne critica politica, quanto una evidente critica di costume. Una sottile ironia sembra pervadere l’atmosfera irreale di “Il Presidente e i suoi ministri”, o “Il presidente e la first lady”.

La nostalgia sembra invece pervadere la sesta sezione dedicata alla vita latino-americana. Qui una specie di paesaggio incantato fa da sfondo all’emergere di figure ancestrali come “Le sorelle”, o “Atelier di sartoria”. Immagini che esprimono un legame profondo con la propria terra di origine, anche dopo essersene distaccato da tempo.

Personaggi come sempre dilatati nello spazio e sapientemente colorati, anzi, con i colori che sono parte integrante della dilatazione spaziale, sono i soggetti della successiva sezione, quella dedicata al circo, ambiente cui Botero era emotivamente molto legato. “Stupore” è il concetto legato a questa sezione, dove spesso le figure sono “fuori prospettiva”, e i colori spesso slegati dalla realtà.

L’ultima sezione è dedicata ai famosi nudi di Botero. L’obbiettivo esplicito dell’artista è quello di “creare sensualità attraverso le forme”. Le forme devono conquistare gli spazi, e con i nudi l’artista persegue continuamente questo obbiettivo, obbiettivo che riprende ed amplia ulteriormente con la scelta successiva di impegnarsi nella scultura.

Ed in effetti i nudi qui esposti, nonostante l’abbondanza, presentano una straordinaria bellezza muliebre. Le immagini sono totalmente privi di malizia; i corpi, per nulla osceni, brillano per la rotondità delle forme e la pienezza dei colori.

Tutt’altro scenario nella pittura di Giovanni Boldini, ferrarese, che conobbe il successo soprattutto a Parigi, negli anni a cavallo tra la fine dell’800 e gli inizi del ‘900.

A differenza dei tanti artisti che affollarono in quel periodo il proscenio parigino, respinti o malamente accettati dalla società del tempo, spesso affamati e indebitati, e comunque con scarsi riconoscimenti delle loro scelte artistiche, della loro ricerca e della loro “poetica”, Boldini arriva e si introduce rapidamente nei salotti buoni della società parigina, diventandone, in breve, uno dei maggiori ritrattisti.

Così, mentre impressionisti ed espressionisti lavoravano alacremente a cercare nuove strade per l’espressione artistica, mentre movimenti ed avanguardie solcavano e segnavano la scena, mentre artisti di diverse e differente provenienza, formazione e cultura attraversavano con relativo successo i diversi quartieri di Parigi, Boldini si affermava come pittore di successo tra l’aristocrazia e la buona borghesia parigina.

E’ la Marchesa di Rasty, cui Boldini dedicherà molte tele, a riceverlo e ad introdurlo nella “buona società” della Ville Lumiere.

Inizialmente con piccoli quadretti, dalle misure contenute e dal vivace cromatismo, opere molto apprezzate all’epoca (“Rendez-vous nel bosco”,1870; “L’amico fedele”, 1872; “L’appuntamento”,1975); poi, sempre più affermato, deciso, si lancia nella ritrattistica.

Suggestione di movimenti, fruscii di abiti, turbinio di figure (quasi sempre singole), sono i soggetti dei suoi quadri: Quadri che assumono progressivamente dimensioni maggiori, fino a diventare figure ad altezza naturale.

“Ritrato di Celine Montaland” del 1881, “Ritratto di signora in bianco con guanti e ventaglio” del 1889; i titoli dei quadri già rivelano il soggetto e la natura del dipinto stesso. Progressivamente l’intera composizione, la tela stessa, figure, abiti, fondale sembrano muoversi insieme. La pennellata è essa stessa movimento, crea il movimento e al contempo lo riproduce.

Il successo è galoppante, la conferma in un quadro divenuto famoso: “Ritratto di G.Verdi seduto” del 1886.

Si susseguono, nella esposizione di Roma, quadri e figure che descrivono una società ricca e persino opulenta, arricchitasi con produzione e commerci, sulle spalle di una popolazione ancora ampiamente servile e sottomessa. Una componente sociale presente in varie parti d’europa e i cui interessi avrebbero trovato modo di confliggere, in maniera violenta e catastrofica, nei conflitti europei degli anni successivi.

“Signora bruna in abito da sera”, 1892; “Gertude Elizabeth (nata Blood), lady Colin Campbell, del 1894; “Ritratto di donna Franca Florio”, del 1901; “Madamoiselle De Nemidoff”, del 1908; “Ritratto di Rita de Acosta”, del 1911; e ancora tanti, tanti altri.

Un campionario dell’aristocrazia e dell’alta borghesia dell’intera europa.

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