Una mostra:Toulouse-Lautrec

Non potevo perdere l’occasione, durante il mio recente soggiorno a Milano, di visitare la mostra “Toulouse Lautrec. Il mondo fuggevole”, che era in corso presso la se di Palazzo Reale.

E ciò per più di una ragione. Anzitutto perché la mostra, con oltre 180 opere, costituiva una rassegna che raccontava l’intero percorso artistico di questo autore; poi perché era curata, tra gli altri, dalla direttrice del Museo Toulouse-Lautrec di Albi dal quale provengono gran parte delle opere; poi perché in questa mostra erano raccolti tutti e 22 i manifesti prodotti da Lautrec; ancora perché vi erano esposte una serie di foto dell’artista (anche provocatorie e ridicole) che lui stesso aveva curato nella preparazione e nella predisposizione; infine perché questo personaggio bohémienne risulta tanto simpatico per come descrive l’ambiente in cui vive, irridendo, provocando, ma anche descrivendolo in maniera geniale.

Ed infatti la mostra “(…) conduce il visitatore a comprendere il fascino e la rilevanza artistica del pittore bohémien che, senza aderire mai a una scuola, seppe costruire un nuovo e provocatorio realismo, sintesi estrema di forma, colore e movimento.” (http://www.milanotoday.it/eventi/mostra-toulouse-lautrec-2017-2018.html).

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Testimonianza della sua genialità, a mio parere, è la capacità di rendere immortali personaggi (attori, cantanti, ma anche luoghi d’incontro della Parigi di quegli anni), che altrimenti sarebbero ormai da tempo nel dimenticatoio e non troverebbero certo troppo spazio nella storia dell’arte e della cultura.

Arìstide Bruant, Jane Avril, La Goule, il Divan Japonais e persino La Chaine Simpson, sarebbero oggi personaggi, luoghi e cose del tutto dimenticate e ricoperte abbondantemente dalla polvere del tempo se non fossero state rese vividamente attuali dal genio di Toulouse Lautrec.

Un genio cinico, beffardo, irriverente che ha fatto dell’ironia ed ancor più dell’autoironia stile di vita, autolesionista fino all’eccesso, spingendo il proprio sarcasmo ben oltre i limiti consentiti dal suo rango e dalla famiglia cui apparteneva.

Toulouse Lautrec era, infatti, come è ben risaputo, il rampollo di una famiglia nobiliare con ascendenze che risalivano fino ai tempi di Carlo Magno. Una serie di matrimoni tra consanguinei (celebrati per preservare la “purezza” della stirpe), portarono a conseguenze assai gravi nel patrimonio genetico della discendenza, con alcuni episodi assai gravi. Henri Toulouse Lautrec era infatti afflitto da una grave deformazione ossea che, ben presto, si tradusse in una malformazione delle gambe. Queste rimasero per sempre quelle di un bambino, mentre il suo busto cresceva regolarmente. (https://it.wikipedia.org/wiki/Henri_de_Toulouse-Lautrec).

Ciò non gli impedì di affermarsi sin da piccolo nel campo del disegno e della pittura, disegnando cani e cavalli e, anche se non particolarmente apprezzato, continuò nella sua passione di disegnare, copiare, rappresentare il variegato mondo che lo circondava.

Il vero momento di svolta fu quando cominciò a frequentare gli ambienti bohémien di Parigi e particolarmente quelli di Montmartre. Invece delle zone aristocratiche di Parigi scelse di frequentare “un sobborgo vivace, colorito, ricco di cabaret, di café-chantants, di case di tolleranza e di locali di dubbia fama, quale era Montmartre” . E ancora di avere trent’anni era ammalato di sifilide, e il suo etilismo era incredibile, soprattutto per l’uso di assenzio, un distillato dalle qualità tossiche elevate. (ibidem).

Tuttavia ciò non diminuì la sua passione per l’arte e il disegno, anzi lo stimolò ulteriormente e proprio dalla frequentazione di questi luoghi parigini e dalle relazioni salite con attrici e cantanti, derivò il meglio della sua arte, quella per cui è diventato non solo famoso, ma antesignano di un disegno moderno e della particolare tecnica che si trasformò poi nell’arte pubblicitaria.

Era appassionato di stampe giapponesi, delle quali possedeva una buona collezione; si interessava della nascente tecnica della fotografia (nella mostra ci sono numerose foto con Toulouse come soggetto); come detto sapeva disegnare.

La sua genialità fu di mettere insieme tutto questo, di frullarne nella sua mente vivace le diverse caratteristiche e di produrre qualcosa di assolutamente nuovo, brillante ed originale.

La prima occasione gli fu data dall’ amicizia con Aristide Bruant, per il quale disegnò il primo manifesto. Bruant era un artista modesto, ma il manifesto prodotto da Lautrec ebbe un successo clamoroso: l’artista è a mezzo busto, infagottato in un grande cappotto blu e una vivace sciarpa rossa al collo, che sembra svolazzare per tutto il manifesto, un cappello in testa.

Inizia così a disegnare locandine, frontespizi e illustrazioni per le riviste elevando la litografia a vera e propria forma d’arte. “Mentre la sua arte si fa sempre più sperimentale e innovativa, la sua vita diventa via via più sfrenata e dissoluta segnata com’è dalle relazioni con cantanti e ballerine, dalla frequentazione delle case chiuse e dalla dipendenza dall’alcol.” (ibidem).

E così vennero fuori gli stupendi manifesti di Jane Avril: uno con la figura della danzatrice, sinuosa ed elegante, fasciata in un lungo abito scuro con strisce di colore, un altro con lei che si esibisce nel can-can, la danza per cui era conosciuta ed apprezzata. Come nel caso di Bruant per l’ Ambassadeurs, anche in questi casi il nome della ballerina viene associato a quello del locale nel quale lei si esibiva, il Moulin Rouge, uno dei locali più conosciuti e frequentati del tempo (ma rimasto ancora fino ai giorni nostri uno dei ritrovi più famosi di Parigi).

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Così anche nel manifesto de La Goule, (anzi in molti sostengono che sia precedente a quello di Aristide Bruant) sempre per il Moulin Rouge. “Al centro è raffigurata la Goulue che rappresentava la stella del locale. Secondo Le Figaro del 1891, i Parigini, attratti dalla quadriglia che si ballava all’interno, “arrivarono proprio nel momento psicologico in cui la Goulue stava eseguendo un passo impossibile da descrivere: balzi da capra impazzita, rovesciamenti all’indietro da pensare che si sarebbe spezzata in due, voli di gonne”. (http://restaurars.altervista.org/henri-de-toulouse-lautrec-il-manifesto-dautore/). Non deve sfuggire in questa descrizione giornalistica (ma forse neppure nella rappresentazione di Lautrec), che la goule è una derivazione linguistica dall’arabo, dal mondo delle Mille e Una Notte, dove questa figura rappresentava il demone.

Ma il manifesto di Lautrec che da sempre mi è più piaciuto e che ho rivisto con piacere alla Mostra di Milano, è quello elaborato per il Divan Japonais. Fatto per un locale ispirato all’ Estremo Oriente e quindi, come ho detto prima, particolarmente caro a Lautrec: il locale era arredato con sete dipinte, lacche e sedie di bambù. Il manifesto era fatto per pubblicizzare il locale e la cantante Yvette Guilbert. La genialità della rappresentazione sta, a mio parere, nel fatto che quest’ultima è solo un’ombra a margine del manifesto stesso, una sottile figura senza volto, ma riconoscibile per il fatto di indossare lunghi guanti neri, il suo elemento distintivo. Il resto del manifesto è invece occupato quasi per intero, da una figura femminile e da una maschile che osservano la scena (Jane Avril e il critico musicale Dujardin).

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Semplicemente geniale.

Lautrec continuò in questa sua attività, arrivando a pubblicizzare (ma con fortuna molto minore rispetto ai locali di intrattenimento, agli attori e alle ballerine), anche componenti per biciclette, un “oggetto” che cominciava ad affermarsi e che quindi richiamava l’attenzione di Lautrec, sempre pronto e disponibile per ogni tipo di novità.

Come ho detto, e come è documentato, Lautrec era un personaggio cinico, ma certo non indifferente, freddo, insensibile, anzi, come è altrettanto ben documentato, un personaggio affascinante, gradevole per la sua arguzia, per la sua intelligenza e anche per la sua cortese gentilezza, come le amicizie con uomini e donne del suo tempo possono dimostrare.

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