Roma – 7

“TIME IS OUT OF JOINT” Così si presenta la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, nella sua recente veste restaurata e riorganizzata, con una esposizione di durata biennale (almeno secondo i programmi), che durerà fino ad aprile (o giugno ?) 2018.

Negli ambienti vasti e luminosi (e non mi stancherò mai di ripetere quanto io consideri importante la luce e lo spazio in una esposizione, permanente o temporanea che sia), sono disposte le formidabili opere appartenenti a questa importante e ricca galleria d’arte che si trova nella stupenda cornice di Valle Giulia.

La esplicazione di questa frase, citazione da Shakespeare (Amleto, atto I, scena 5) ha molteplici significati (per chi volesse addentrarsi nelle diverse interpretazioni di questo “modo di dire”, consiglio la seguente voce: http://context.reverso.net/traduzione/inglese-italiano/the+times+are+out+of+joint).

Qui potremmo tradurla in “Il tempo è fuori squadra”, ma non renderebbe l’idea, che a me è apparsa assai interessante, realizzata per presentare al pubblico il vasto assortimento delle opere giacenti presso questo importante Museo.

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Lo stesso depliant denuncia la limitatezza delle possibili traduzioni, anzi dichiara apertamente che l’espressione “Time is out of joint scardina anche le traduzioni e la loro eccellenza non può farci nulla, come dice Derrida che, come altri, a questo verso (…) ha dedicato pagine fitte di dense riflessioni”. (tratto dal Depliant di presentazione del Museo).

Infatti, “l’attuale allestimento delle collezioni (…) supera la consueta traccia cronologica e si dirama in percorsi simultanei in cui le opere sono accostate per assonanze, contrasti, rimandi e citazioni. Insieme ai grandi nomi della storia dell’arte, le opere di artisti italiani e stranieri permettono un’apertura dello sguardo e stimoli e suggestioni differenti o inattese. Rileggendo le opere in situazioni diverse da quelle in cui si erano originariamente formate, si moltiplicano le prospettive e le letture possibili.” (ibidem).

Cosa intenda dire con questo la direttrice del Museo, Cristina Collu, e i suoi collaboratori, mi diventa evidente entrando già nella prima, grande sala. Qui, la statua dell’Ercole di Canova, si staglia gigantesca davanti ad un interminabile opera di Giuseppe Perrone, “Sfoglie d’oro su spine d’acacia”, un tappeto di spine sparse su una grande tela bianca, e, contemporaneamente, si riflette su un’opera di Pino Pascali: 30 pannelli (circa 32 metri quadrati) di materiale lucido e scintillante, quasi a comporre una superficie marina, distesi sul pavimento, con un colore che passa da un limpido azzurro al blu scuro. Su una parete un tipico quadro di Mondrian, dalle linee perfette e dai colori marcati.

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Dunque, “Relazioni che non rispondono alle ortodosse e codificate leggi della della cronologia e della storia (dell’arte), ma si muovono assolte e svincolate in una sorta di anarchia che, come vuole una certa tradizione femminile a cui mi sento di appartenere, non ha nulla a che vedere con il disordine, ma si appella a qualcosa d’altro che viene prima delle regole”; così scrive Cristina Collu nel citato depliant.

Un senso che va ricercato nell’occhio e nel sentire di chi frequenta queste sale e che si trova di fronte stimoli assai diversi e che deve sforzarsi in qualche modo di ricostruire secondo logiche non tradizionali e quindi con un ulteriore, ma rinnovato, senso da dare alle opere e alla loro collocazione, per nulla scontata, per niente consueta.

Dar conto in queste due cartelle che normalmente scrivo per descrivere brani dei miei viaggi, delle oltre 500 opere esposte (sulle circa 20.000) che fanno parte del patrimonio del Museo, sarebbe opera davvero improba e praticamente impossibile.

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Sommariamente mi limiterò a raccontarvi il mio peregrinare per le sale che si susseguono sui due piani in cui è organizzato il Museo (oltre agli spazi dedicati alla didattica e ad alcune esposizioni temporanee), e a descrivere il continuo susseguirsi di opere, tele, installazioni, sculture così come le ho registrate nel mio quaderno che compilo regolarmente durante i miei viaggi, prima di riportarle, in forme leggermente migliorate, su queste pagine.

Nella sala successiva a quella che ho appena descritto, fra tanti quadri, numerosi De Chirico e fra questi “Piazza d’Italia con statua”; un De Pisis; un Sironi con “Solitudine” e un Fontana del 1959 “Concetto Spaziale – Attese”. Ancora un’altra sala: una grande tela di Segantini “Alla stanga”, l’immagine di un pascolo con alcune mucche legate ad uno steccato (1886); di fianco un piccolo quadro con la foto di una mucca che urina di Luca Rento, intitolato “Mattina, 26 luglio 2010 05.43.21” (opera del 2012).

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La memoria si confonde, man mano che procedo nella descrizione. C’è un Boccioni del 1911, “Stati d’animo – Quelli che vanno”; e poi grandi foto di Gabriele Basilico con la città di Roma come soggetto sul finire del secolo scorso. Ancora foto grottesche di Hans Beliner del 1934. In un’altra sala alcuni disegni di Modigliani e uno di Rodin; “Bagnanti” (del 1915) di Morandi, ha di fronte un nudo di di De Chirico del 1932.

Si cambia ala (del Museo), ma la logica rimane la stessa. Fattori, Cellammare, Cammarano, con tre gigantesche tele di sanguinose battaglie, mentre su un’altra parete scorrono le immagini di un corto (4’12”) di Cristina Lucas del 2009, “La Libertèe raisonnèe”. C’è Emilio Vedova con “Scontro di situazioni n.4” del 1959; e si affaccia Alberto Burri con “Grande Rosso P.N.18” del 1964. In una sala ci sono opere di Kounellis, l’artista italo-greco recentemente scomparso; poi una lunga tela di Michetti “Il voto”; una statua di Leoncillo, già presente nelle sale precedenti; bozzetti del “Quarto stato”; ancora 3 grandi tele di Balla, tra cui “La pazza” del 1905. In una stanza una scultura di Mimmo Paladino, “La tana”, del 1993. Ua tela di Sironi del 1936 “Il costruttore”; Berlinde De Bruyckere, artista controversa che espone “We are all Flesh (Istanbul)”, forme deformate di animali dalle linee indistinguibili (2011-2012).

Si sale al secondo piano e la prima tela che incontro mi riporta vertiginosamente indietro nel tempo: una tela di Hayez che si ritrova in tutti i libri di storia, “I Vespri siciliani” del 1846; poco dopo un Previati del 1913, “La creazione della luce”; un vorticoso Boldini del 1907 fronteggia un Balla del 1902, “Ritratto all’aperto”, luminoso, a metà tra puntinismo e impressionismo.

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C’è spazio anche per alcune opere in legno di aborigeni africani; un Balla in più pannelli, entro una cornice in legno, descrive “Villa Borghese. Parco dei daini” (1910). E poi il meraviglioso e brillante Klimt, con “Le tre età” (1905); ancora Modigliani; due sculture di Medardo Rosso e un piccolo Cezanne. Le ninfee di Monet fronteggiano quelle delle foto di Luca Rento; mentre in una sala tutta futurista, splende un Boccioni del 1913-14, “Cavallo+Cavaliere+Caseggiato”; ma c’è anche un Braque del 1911, “Natura morta con clarinetto, ventaglio e grappolo d’uva”, un Balla del 1913, “Espansione dinamica+Velocità”. Segue un Previati del 1913, “La caduta degli angeli”, dal fulgido colore giallo, quasi dorato.

Due Van Gogh e un trittico di De Nittis del 1881, “Le corse al Bois de Boulogne”; e poi ancora Burri, Lucio Fontana, Mimmo Rotella (due tele), una esile statua di Giacometti, ma una anche di Henry Moore, tele di Turcato e Capogrossi. Due tele di Balla nazionalista ed interventista, un altro turbinoso Boldini “Ritratto della Marchesa Casati con piume di pavone”; un Kandinsky, un’altra scultura di Giacometti, un Morandi del 1918, un Carrà dello stesso anno, un’altra stilizzata figura di Giacometti. Quattro De Pisis nel corridoio di collegamento con le ultime sale.

E qui Burri, “Grande Plastica o Grande Cellophane”, 1962, dove angoscia ed ironia si incontrano, ancora Fontana, Sam Taylor-Wood, tra foto e dipinto, Mirò, Pistoletto, due sculture di Fontana “Concetto spaziale-Natura”; Andy Warol con “Hammer and sickle”, 1977, Pollock, Man Ray, Monica Carocci con le sue splendide foto in bianco e nero. Kounellis con una grande tela: “Bianco”, 1966.

Stanco, ma felice e soddisfatto.

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