Provincia di Foggia – 5

L’opportunità di (ri)visitare alcuni luoghi del territorio provinciale è l’occasione di questi scritti su alcuni luoghi, monumenti e paesi della zona. In questo, e in altri due scritti, parlerò della visita a Monte sant’Angelo.

E non si può cominciare che dalla Grotta dell’apparizione di san Michele Arcangelo, luogo di un culto che, anche dal punto di vista storiografico, risulta antecedente alla fondazione del centro urbano. (https://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Sant%27Angelo).

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Infatti, se la fondazione dell’abitato di Monte sant’Angelo viene stabilita intorno all’anno 1000, la conoscenza e la frequentazione di questo luogo “mistico” risale a circa cinquecento anni prima.

Storia e leggenda si fondono in maniera inestricabile nelle vicende riguardanti il sito garganico dedicato al culto di san Michele Arcangelo, e sono stati oggetto di ricerche, studi e pubblicazioni di vario genere. (Tra questi, consultabili on-line: http://www.acam.it/san-gargano-e-cavalieri-dellarcangelo/; http://www.treccani.it/enciclopedia/monte-sant-angelo_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale%29/; http://www.viaggiemondo.it/?p=2263 ed altri ancora). Accennerò solo qualcosa a proposito di questi miti, cercando di riportare poi l’attenzione sulla descrizione e sulla storia dei luoghi visitati, principale obbiettivo di questi scritti.

In uno dei testi più antichi, il Liber de Apparitione Sancti Michaelis in Monte Gargano, testo risalente alla fine dell’ottavo secolo (o forse all’inizio del nono), si fa riferimento al primo episodio legato a questo culto, e cioè alla leggenda di un uomo, un agricoltore, che, andato alla ricerca di un suo toro, lo trovò inginocchiato davanti ad una grotta; adirato l’uomo gli lanciò una freccia che, miracolosamente, tornò indietro. La curiosità è che, nel testo, l’uomo ha il nome di Gargano, curiosa assonanza, per chi si lascia trascinare in simili questioni, con quello del cavaliere arturiano Galvano; con Galgano, il santo di toscano la cui illuminazione mistica avvenne proprio attraverso l’apparizione dell’Arcangelo; e dell’irlandese Owain (assai simile a Gowain, nome inglese di Galvano), anch’egli legato ad una leggenda di frecce scagliate che tornano indietro.

Più prosaicamente è da considerare che il nome del personaggio, l’agricoltore, il proprietario del toro, Gargano, è forse un appellativo dato all’uomo, in quanto la denominazione del promontorio garganico, risale ai tempi di Roma ed era ampiamente conosciuto, come attestato da poeti latini quali Orazio e Virgilio.

Inoltre è ampiamente riconosciuto che le origini del culto micaelico, si intrecciano con quello del culto di Ercole, largamente presente e diffuso nel mondo agricolo e pastorale dell’Italia meridionale; come pure sono evidenti i collegamenti con il culto di Mitra, cui peraltro sembra accertato da parte di alcuni studiosi, fosse dedicato un mitreo proprio nella grotta dove oggi viene celebrato l’Arcangelo; infine notevoli sono le assonanze tra le attribuzioni dell’arcangelo Michele e quelle di Odino, principale divinità germanica (http://www.angolohermes.com/Approfondimenti/San_Michele/SanMichele.html).

E furono, guarda caso, proprio i Longobardi, stirpe germanica, a scegliere san Michele come loro protettore, un santo guerriero, gerarchicamente superiore agli angeli, forte e coraggioso, determinato a sterminare “il male” con la sua spada sfolgorante.

In questo modo i Longobardi decretarono da un lato la diffusione del culto, dall’altro lo sviluppo del sito che, a partire dal loro arrivo ed insediamento in Italia, e soprattutto durante la lunga durata del Ducato longobardo di Benevento, divenne non solo il primo, ma anche il più importante luogo dedicato all’arcangelo. Di qui passava la Via Sacra Longobardorum, che conduceva i pellegrini alla Terrasanta e i guerrieri alle Crociate in oriente. Segni della presenza longobarda, come dirò tra breve, restano ancora e sono visibili nei recenti scavi realizzati intorno alla zona della Basilica oggi dedicata all’Arcangelo Michele.

Ma credo di essermi dilungato abbastanza intorno ai miti e ai culti; è ora di passare alla descrizione dei luoghi della nostra visita.

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Al santuario odierno si accede da una struttura modesta, in stile romanico, a due fornici, anticipato da un breve spiazzo. Vicino svetta un bel campanile ottagonale, chiamato anche Torre angioina. Fu infatti eretta da Carlo d’Angiò, come ringraziamento a san Michele per la conquista del Regno (guarda caso, ancora un preciso riconoscimento ad un guerriero).

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Agli angioini si deve anche l’ampia ristrutturazione dell’impianto basilicale. Infatti vennero chiusi i precedenti accessi longobardi e riorganizzato l’accesso alla grotta, attraverso una lunga scalinata (detta appunto angioina) che dall’ingresso superiore porta alla cripta.

Sulla porta di ingresso una scritta in latino, comune ad altri luoghi sacri: “Terribilis est locus iste. Hic domus Dei est et porta coeli”, dove “Terribilis” non va tradotto semplicisticamente in “terribile”, ma più propriamente con “Imponente”, facendo con ciò piena giustizia di ogni altro significato, che pure gli si è voluto dare, di carattere arcano o esoterico.

Numerose sono le iscrizioni lungo le pareti della scalinata che scende verso la grotta, a testimoniare il passaggio di pellegrini di un culto diffuso in tante parti d’Italia e di Europa. Da segnalare è la pratica (ormai caduta in disuso (ma sporadicamente qualcuno ne fa ancora uso devozionale), di portare pietre, sia come espiazione delle proprie colpe, e sia, usate come reliquie, in un complesso incrocio tra sacro e profano, per tener lontane le malattie, contro i mali del corpo e dell’anima. Tracce di quell’ancestrale culto delle pietre diffuso in forme diverse e con riti diversi in grande parte del mondo antico, soprattutto pre-classico.

Nella grotta, dove si susseguono le litanie e le preghiere dei pellegrini, alloggiata in fondo, dove la volta si abbassa ulteriormente, una statua di san Michele Arcangelo, attribuita al Sansovino.

Assai interessante è l’annesso Museo (ingresso 5 euro, vi si accede attraverso un corridoio che parte dal vestibolo antistante la grotta), con le antiche scalinate messe in luce dagli scavi, i diversi accessi e gli ambienti esistenti in epoca longobarda, con le modificazioni succedutesi nel tempo, allorquando, unificata la diocesi di Siponto con quella di Benevento, la Basilica di san Michele Arcangelo divenne il santuario nazionale dei Longobardi. A testimonianza dei vari lavori realizzati in epoca longobarda, sono alcune iscrizioni dedicatorie, che sono evidenziate nel racconto registrato che i visitatori del museo possono ascoltare quando si fermano davanti agli antichi accessi del luogo dell’apparizione.

In quelle strutture parzialmente riportate alla luce, e in ambienti di più recente costruzione, sono collocate anche statue e decorazioni provenienti da diversi luoghi vicini e dalla stessa antica basilica. (http://www.treccani.it/enciclopedia/monte-sant-angelo_%28Enciclopedia-dell%27-Arte-Medievale%29/).

Mi hanno particolarmente interessato (tra capitelli, fregi e reperti di vario genere), due opere. La prima è una fontana lustrale in pietra, risalente al XII secolo, alta oltre un metro e mezzo e decorata su tutti i lati con immagini sacre: l’ Ascensione al cielo di Cristo, l’ annunciazione della resurrezione di Cristo, i santi Pietro e Paolo, Balaam sull’asino (per saperne di più su questo ultimo episodio consultare: https://it.wikipedia.org/wiki/Balaam).

L’altra è costituita dai pezzi di un ambone (una tribuna rialzata per la lettura delle sacre scritture); benché smembrato e con molte parti mancanti, quelle che restano offrono l’immagine di una notevole leggiadria e di una grande bellezza.

Dopo aver completato la visita del Museo, per uscire e ritornare all’esterno del santuario, si può risalire la scalinata, oppure utilizzare un comodo ascensore.

In ogni caso, una visita da non perdere!

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