L’Abbazia di Pomposa

La Romea, la Strada Statale 309, corre diritta come un righello da Ravenna in direzione del Veneto, seguendo la zona costiera dell’Adriatico.

La strada è un importantissimo asse viario in direzione nord-sud per le comunicazioni tra la Romagna e il Veneto. Purtroppo è anche nota per essere la più pericolosa in Italia sia per numero di incidenti per chilometro, sia per numero di morti per incidente.

Ma noi, procedendo secondo i limiti di velocità consentiti, sfidiamo la sorte e ci muoviamo in direzione di Pomposa, nostra prossima meta.

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Nel territorio che stiamo attraversando acqua e terra si contendono lo spazio, ogni tanto la strada supera un fiume, un corso d’acqua, a volte il letto di un fiume in secca. Ugualmente si alternano, dove c’è terra, pini, eucalipti e roverella; campi coltivati laddove la terra ha conquistato spazi più consistenti e saldi.

Sulla destra si dipartono diramazioni per i vari lidi che disseminano la costa.

Isolata, quasi dispersa in questo territorio, sorge l’Abbazia di Pomposa, un complesso ecclesiale che ha conosciuto ben altri fasti nei tempi passati. Da lontano, sulla terra assolutamente piatta, svetta il campanile con la sua caratteristica copertura conica, ed una invidiabile altezza che raggiunge i 48 metri.

Un primo insediamento monastico in questo sito, una volta circondato da due rami del Po e dal mare, è documentato tra il VI e il VII secolo, ad opera di monaci colombaniani (un ordine che aveva avuto origini in Irlanda, particolarmente votato alla scrittura e alla copiatura di testi antichi), e dunque in epoca longobarda, un regno, quest’ultimo, sul quale non mancherò di presentarvi alcune riflessioni nei prossimi scritti.

A partire dal IX secolo, la struttura passò in gestione ai benedettini che ne fecero un grande monastero, importante centro religioso ed economico del territorio.

Il periodo di massima fioritura si registrò tra il X e il XIV secolo, godendo di vaste proprietà e di ampie donazioni (financo una salina a Comacchio), poi cominciò un lento declino dovuto a condizioni ambientali peggiorate (impaludamento, malaria), determinate dalle progressive modifiche orografiche fra le quali la deviazione dell’alveo del Po.

Nei lunghi secoli della sua notorietà, l’Abbazia di Pomposa fu al centro dei diversi tracciati viari che portavano a Roma attraverso i valichi orientali delle Alpi e degli Appennini.

Quella che ammiriamo oggi è il complesso religioso come era, all’incirca, intorno all’anno 1000.

E da ammirare c’è davvero molto.

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La facciata è assai semplice, come sempre in laterizio, anticipato da un nartece che allinea la chiesa con il campanile. Il campanile, in stile lombardo è del X secolo; procedendo verso l’alto le aperture nei suoi fronti si allargano passando progressivamente da una stretta fessura al primo piano, ad aperture sempre più larghe (monofore, poi bifore, trifore, ecc.).

Il fronte del nartece, con tre archi centrali, è abbellito da formelle di ceramica colorata e oculi traforati; al di sopra, sulla facciata, si aprono due finestre poste simmetricamente. L’interno è a tre navate, quelle laterali, interrotte da pareti in muratura, formano una serie di cappelle. La navata centrale è sostenuta da colonne di spoglio romane e bizantine con capitelli che si concludono con archi a tutto tondo.

Il pavimento è molto bello e prezioso; tutto in opus sectile (una pavimentazione ad intarsio fatta utilizzando marmi e paste vitree), anche se i disegni non sono sempre omogenei, risalgono infatti ad epoche diverse tra il VI e il XII secolo. Raffigurano animali, motivi geometrici e floreali.

Le pareti delle cappelle sono coperte di affreschi vari e diversi. Ma il ciclo, anzi i cicli più importanti, sono nella navata centrale, dove, al di sopra degli archi, sono ben tre fasce di affreschi trecenteschi, di scuola bolognese.

Figurano varie rappresentazioni (non tutte facilmente individuabili) di scene tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento; e ci sono anche alcune scene tratte dal Libro dell’Apocalisse di san Giovanni, cosa non del tutto comune.

L’abside è rialzato rispetto al livello della chiesa. Anche l’abside è coperto da affreschi: un Cristo in trono, inserito in una mandorla. Intorno angeli e santi, evangelisti e Dottori della chiesa.

Anche la contraffacciate è interamente coperte da un affresco; in questo caso si tratta di un Giudizio Universale con, sulla parte destra in basso, le anime ei dannati sottoposti a gravi supplizi da parte dei diavoli e, sulla parte sinistra le anime dei beati che saliranno in paradiso. Un greve memento per i fedeli al termine delle sacre funzioni ed all’uscita dalla chiesa.

Di fianco alla chiesa, sul lato destro, attraversando uno spazio che era una volta il chiostro dell’abbazia, si arriva ad alcune sale del convento opportunamente restaurate e che presentano altri interessanti affreschi.

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Si comincia dalla sala del Capitolo, con affreschi grotteschi (li realizzò un discepolo di Giotto): c’è una grande Crocifissione che copre una intera parete e santi (in monocromia) sulle pareti d’intorno. Il piccolo Museo Pomponiano è allestito, invece, al primo piano, nei locali dell’antico dormitorio dove prima erano le celle dei frati, ora smantellate. Qui è custodito ed esposto materiale eterogeneo proveniente dalla vecchia abbazia o dalle zone circostanti: capitelli e fregi che facevano parte dell’area conventuale, vasellame ed oggetti religiosi, alcune statue in terracottaa dipinta.

Ridiscesi al piano terra c’è il Refettorio, risalente all’XI secolo. Qui sono due grandi affreschi: su un lato è un Cristo in trono benedicente tra gli angeli; sul lato opposto è raffigurata l’ultima cena.

Poco distante dalle strutture conventuali è la bella casa dell’Abate, leggermente discosta dalle altre strutture conventuali, come si conveniva a quei monasteri di un certo livello e con una cospicua rendita che garantivano una vita abbastanza agiata e al contempo necessitavano di una amministrazione complessa ed organizzata. Simili strutture erano inoltre anche luoghi per accogliere nobili e notabili in visita offrendo loro una comoda ed accogliente sistemazione.

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L’edificio è a due piani, ambedue scanditi da colonnine che reggono archi a tutto tondo ed ambedue provvisti di una balaustra in mattoni.

Solo per la curiosità di chi legge, annoto che nelle indicazioni illustrative dell’abbazia è riportata l’importanza del luogo per l’attività amanuense; per la presenza in questo luogo del monaco Guido d’Arezzo che ideò la moderna notazione musicale e diede nome alle note musicali; per aver fatto qui da insegnante Pier Damiani, teologo poi vescovo, cardilale e infine dichiarato santo.

L’abbazia non è più, da tempo, luogo religioso; infatti il monastero venne soppresso nel 1653 che fu acquistato da una ricca famiglia ravennate per poi passare allo Stato e diventare oggi una struttura in gestione al Polo museale dell’Emilia-Romagna.

Nei pressi degli edifici insiste un ampio parco, un luogo di ristoro, un piccolo ristorante e, poco discosto un piccolo mercatino ed un parcheggio.

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