da Grado a Trieste

Per arrivare a Grado da Aquileia (https://michelecasa.wordpress.com/2018/08/21/aquileia/) ci infiliamo direttamente nella laguna, percorrendo una strada che attraversa isolotti ed acque placide e ferme, frutto delle prime maree dell’adriatico, ma anche dello sbocco delle acque di alcuni fiumi fra i quali il più importante è l’Isonzo.

Grado è oggi una magnifica cittadina, quasi totalmente votata al turismo, con le spiagge sabbiose e i lidi ricercati che le si affollano intorno, frequentata da turisti, molti dei quali stranieri e provenienti d’oltralpe.

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Del resto la sua storia è segnata dalle relazioni (positive e negative), proprio con i popoli provenienti dalle zone dell’est e del nord europeo.

Porto marino al servizio di Aquileia, cominciò ad ingrandirsi solo con la discesa di Attila in Italia e con il conseguente trasferimento, in questi luoghi più sicuri, delle genti che fuggivano dalle atrocità e dalle distruzioni dei barbari.

Con l’arrivo dei Longobardi acquisì un ruolo e una importanza maggiore sia dal punto di vista politico che religioso, come testimoniano le chiese e i ritrovamenti archeologici. Un ruolo significativo che si estese anche durante il periodo dell’esarcato bizantino, quando costituiva l’avamposto di questo nei confronti del regno longobardo (che arrivava fino ad Aquileia, a pochi chilometri di distanza).

Con l’affermarsi di Venezia il suo ruolo ebbe progressivamente a decadere, trasformandosi progressivamente in un semplice paesino di pescatori, fino alla sua ripresa come polo turistico di qualificato livello, a partire già dalla fine dell’800.

Oggi è assai piacevole passeggiare per le strade di Grado, tranquille, pulite, abbellite dal verde di piante ed alberi; assai godibile il lungomare (al quale c’è da addebitare probabilmente solo l’eccessiva cementificazione); simpatico percorrere i moli del porto interno che si spinge fino al centro della cittadina e percorrendo il quale sono allineate le barche di pescatori sia dilettanti che professionisti.

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A piazza Manin, che è un po’ la zona di confine tra il moderno e il cuore più antico della città, davanti ad un palazzo moderno sul quale campeggiano le insegne luminose di una banca, sono allineati alcuni sarcofagi, due moderne fontane sui lati opposti della piazza, una vecchia abitazione in pietra (opportunamente restaurata), una villa dell’800 e, al centro della piazza, si possono ammirare alcuni ritrovamenti che sono stati riportati alla luce relativamente ad una basilica paleocristiana. Una comoda passerella sospesa permette di ammirare i reperti. Belli, ma soprattutto assai valorizzati, in serata, da un sapiente gioco di luci.

I cartelli relativi al rispetto del verde e alla necessità di preservare il decoro urbano sono in varie lingue, oltre che in italiano.

Da un lato si procede verso il lungomare del quale ho accennato, dall’altro si entra nello spazio, assai contenuto in verità, del piccolo ma grazioso centro storico.

Già dalla piazza si nota la fiancata laterale della Chiesa di sant’Eufemia, la storica basilica cittadina.

L’antica cattedrale di Grado venne eretta nel VI secolo, sopra una precedente chiesa del IV-V secolo molto più piccola. Per la massima parte in laterizio, è affiancata da un campanile del ‘400, cuspidato. L’interno è a tre navate con colonne romane e bei capitelli. Un abside assai ampio, è affrescato con una immagine di Cristo in trono compreso in una mandorla.

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Ma l’ attenzione è attratta soprattutto dal pavimento a mosaico della chiesa, molto bello (risale al VI secolo), e da una curiosa ed originale architettura dell’ambone (che risale all’XI secolo). La curiosità sta nel fatto che l’ambone, sul quale sono scolpiti i segni degli evangelisti, si conclude con un capolino moresco.

Sulla sinistra della chiesa, all’interno di una cancellata, è un battistero ottagonale del V secolo, preceduto da alcuni sarcofagi. Solo qualche decina di metri ed è un’altra chiesa, anche questa in laterizio, molto più piccola di quella di sant’Eufemia, ma assai graziosa: si tratta della Chiesa di santa Maria delle Grazie.

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Poco altro da raccontare circa il nostro breve soggiorno a Grado. Come ho già detto, sii può passare la serata passeggiando lungo le sue strade centrali, dove vecchie abitazioni ristrutturate si alternano a nuovi edifici, tutti, comunque, occupati a pianterreno da negozi, bar, esercizi commerciali che possono soddisfare ogni richiesta ed ogni desiderio di un turista, dal più comune al più sofisticato. Dato il tipo di clientela che, come ho detto, proviene in gran numero dall’estero, il livello dei prezzi si colloca ad una soglia leggermente più alta del comune.

Lasciamo Grado, riattraversando la laguna, percorsa da una strada che poggia su varie isolette, e ci dirigiamo, attraverso Monfalcone, a Trieste, nostra prossima meta.

Il paesaggio cambia progressivamente. Costeggiamo sempre il mare, seppure a distanze diverse, ma la vegetazione da lagunare si trasforma: alberi e piante di montagna, pendii rocciosi, spianate erbose, gallerie scavate nella roccia.

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E in fondo, preannuunciato da quel giardino dellle delizie che è il Castello del Belvedere, si vede Trieste, crogiuolo di lingue e di popoli, città dal carattere ibrido, un po’ mediterranea e un po’ mitteleuropea, dove si può mangiare una ottima pizza napoletana e dei gustosi wurstel tedeschi, magari passando attraverso una buona cotoletta viennese o degli spiedini tipici dei territori della ex-Jugoslavia.

E’ un porto di interesse strategico per i traffici internazionali in quanto, come in tempi storici, queste aree sono facilmente raggiungibili dalle direttrici dell’est e del nord europa che così si congiungono con le direttrici marittime che attraversano il mediterraneo settentrionale ed orientale.

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Ma torniamo al nostro viaggio.

Qualche breve cenno al Castello del Belvedere è d’obbligo, non per la sua bellezza artistica o architettonica, né tantomeno per la sua antichità, quanto per una serie di episodi che ne hanno caratterizzato le vicende.

Lo volle (nel 1855) l’arciduca d’Austria, Massimiliano d’Asburgo-Lorena per farne la propria dimora insieme alla moglie Carlotta del Belgio. Un “nido” d’amore, insomma, ispirato vagamente ai castelli spagnoli e portoghesi che si affacciano sull’Atlantico, riccamente arredato e circondato da un lussureggiante parco ricco di piante ed alberi di varia provenienza, comprese quelle essenze che che lo stesso sovrano portava lì dai suoi costanti viaggi per mare.

Purtroppo il castello fu solo per qualche tempo un gioioso luogo di intrattenimento per la coppia. Massimiliano d’Asburgo, che era anche imperatore del Messico, morì in quelle terre lontane, fucilato dagli insorti repubblicani nel 1867.

Il castello divenne la prigione di Carlotta, la quale, affranta, vi condusse la parte finale della sua vita, quando perse la ragione in conseguenza della morte del marito.

Il castello passò poi, con l’unità d’Italia, alla famiglia Savoia e divenne la residenza del duca Amedeo d’Aosta. Curiosamente, anch’egli, partito per un altro impero, quello d’Etiopia, lì fu sconfitto e vi morì prigioniero.

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