Trieste – 1

Trieste è un crogiulo di genti e di culture, e questo lo si percepisce e lo si respira, quasi, guardando le sue costruzioni, i suoi palazzi, passeggiando sul lungomare, entrando nei luoghi storici o anche solo registrando che questo luogo di terra bassa (con le zone circostanti) direttamente affacciato sul mare, costituisce un concreto e comodo passaggio e favorisce scambi e confronti.

Come tale nasconde, purtroppo, anche pericolose insidie che l’hanno resa anche luogo di aspri conflitti, di sanguinose contrapposizioni e di duri scontri.

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Ma noi siamo orientati a seguire, nel corso di questi viaggi, le strade maestre della cultura, della conoscenza e della bellezza che, rifiutando razionalmente l’onda crescente del male che avanza, purtroppo senza argini apparenti, cerca di recuperare valori solidi e concreti, universali.

Si comincia quindi da san Giusto.

San Giusto è, insieme, una collina, una antica basilica romana, un forte, una chiesa e, non da ultimo, un luogo simbolo della città.

Dell’epoca romana restano pochi tratti (qualche basamento di colonne, le tracce di un propileo) risalenti probabilmente al I secolo, sul pianoro che anticipa la massiccia fortezza eretta tra il XIV e il XV secolo. Un primo castello eretto dai veneziani, fu distrutto nel 1380 dai genovesi; una nuova e solida postazione militare fu fatta erigere dagli Asburgo (a spese dei cittadini triestini) e poi ampliata dai veneziani. Quando gli Asburgo assunsero nuovamente il controllo di Trieste la completarono ulteriormente, a più riprese.

Alla cattedrale, l’edificio sicuramente di maggiore importanza e significato, si giunge seguendo, in auto, una comoda strada serpeggiante lungo il fianco della collina, oppure, ma soprattutto a piedi, salendo una impervia strada rettilinea fiancheggiata da alberi ombrosi.

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La facciata è molto semplice, a capanna, arricchito da un enorme rosone in pietra; ed è fiancheggiata da un tozzo campanile che ha inglobato alcuni dei resti romani cui accennavo in precedenza. Il campanile sembra più una torretta, abbellita solo da una statua di san Giusto martire. Sia sulla facciata che sul campanile è facile notare il riutilizzo di pezzi architettonici recuperati dai precedenti edifici romani; anche il portale d’ingresso è, con tutta evidenza, recuperato da un monumento funebre di epoca romana.

L’interno è assai curioso ed originale perché, in realtà, è ricavato dalla unificazione di due attigue chiese preesistenti. ha dunque cinque navate, delle quali quella centrale è ricavata dalla fusione di due navate laterali. L’opera fu compiuta tra il 1302 e il 1320, unificando la chiesa di santa Maria e quella dedicata a san Giusto e realizzando così un edificio sicuramente più imponente dei due precedenti.

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Colonne con capitelli sostengono archi a tutto tondo; nel transetto un bel pavimento musivo antico fa da contrasto con un moderno mosaico posto nell’abside, con Gesù e la Madonna racchiusi in un tondo. La ragione di questo contrasto risiede nel fatto che l’abside venne abbattuto e ricostruito (più grande) agli inizi del XX secolo.

Nell’abside della prima navata destra, corredato da archetti, è un mosaico antico con Cristo tra san Giusto e san Servolo, probabilmente risalente al XII secolo. Nell’abside successivo sono degli affreschi assai curati.

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Nell’abside di sinistra un altro mosaico: una Madonna con arcangeli (Michele e Gabriele) e, al di sotto, una fila di santi. Quest’ultimo mosaico, risalente al XII secolo, è probabilmente realizzata da maestranze bizantine, dato il tema e la postura delle figure. Tuttavia taluni hanno osservato che, per la morbidezza dei panneggi e per le decorazioni del ciclo dei santi, sono state utilizzate forme e maestranze veneziane. Un’altra conferma dell’incontro di culture differenti.

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Il soffitto è a carena di nave rovesciata (ovviamente ricostruito), così tipico nelle chiese che abbiamo visitato a Verona.

Sulla piazza antistante la cattedrale è l’accesso al Museo Winkelmann, dedicato al celebre scopritore di reperti archeologici, ucciso proprio a Trieste per un furto di poche monete. Il lapidario è estremamente ricco ed è esposto su ben quattro diversi livelli del grande giardino (quasi un parco) che occupa tutto un fianco della collina di san Giusto e fiancheggia l’edificio del museo. (Civico Museo di Storia ed Arte di Trieste).

Su uno di questi livelli è anche un tempietto, monumento in ricordo di Winkelmann.

Ricca è anche la raccolta di oggetti, sculture e opere di vario genere esposte nel museo e disposte nei tre piani dell’edificio. Vi è una sezione egizia, con mummie e coperchi di sarcofagi assai belli, ma anche vasi canopi, statuette in bronzo e portafortuna. Nella sezione successiva, quella romana, oltre ai tradizionali oggetti conservati in simili raccolte, un grande assortimento di vasi in vetro, utilizzati sia come utensili domestici che per la conservazione delle cenere dei defunti. Una assoluta curiosità è la incredibile selezione di spilloni in osso usati come fermacapelli; ovviamente sono tante le fibule, le collane e i cammei.

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Al primo piano è la sezione preistorica, ricca di vasi in ceramica di varia provenienza, ma anche con tanti vasi in bronzo, collane, armi e altri oggetti provenienti principalmente da corredi funebri. Al secondo piano varie collezioni tematiche: vasi ciprioti con i caratteristici disegni; ceramiche etrusche dal raffinato disegno tra i quali spicca un vaso con l’Apoteosi di Eracle; la collezione di vasi Appuli con i tradizionali disegni geometrici e quelli (di epoca successiva) a figure rosse. Tra queste ultime spicca una grande anfora risalente al 340 a.C., opera del famoso Pittore di Licurgo.

Ma il pezzo forte della collezione è il cosiddetto Rhyton di Trieste, un oggetto veramente fantastico!

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In realtà esso proviene da uno scavo realizzato in area tarantina e affidato (di recente) e in forma definitiva al museo di Trieste. E’ opera databile agli inizi del IV secolo a.C., di probabile produzione nella zona del Mar Nero.

Il rhyton (bicchiere rituale), è in argento sbalzato e dorato, ha forma di testa di cerbiatto, del quale si notano tutti i singoli particolari anatomici e riporta sul collo le figure di Borea (il vento del Nord) che rapisce Orizia (mentre questa raccoglieva fiori presso il fiume Ilisso, in Attica), tra Atena ed Eretteo (padre di Orizia e mitologico re di Atene).

Il rhyton è un prodotto veramente mitico, favoloso!

In verità questo è solo uno (sicuramente il più bello ed attraente) dei pezzi della “collezione tarantina”, che comprende infatti numerosi vasi, statuette, antefisse ed altre ceramiche provenienti da questo territorio della Magna Grecia.

Fra questi è un altro pezzo assai interessante: un oinochoe (un vaso simile ad una brocca) in bronzo, sul quale, a sbalzo, sono riprodotti due grifi e un disegno di foglie d’acanto e palmette. Anche questo un piccolo capolavoro di artigianato.

In un’altra sala una breve raccolta di reperti con scritture e reperti di linguaggi dell’antichità: ci sono tavolette ed oggetti con scritte in sumero, in egiziano, in babilonese e in romano antico.

Da segnalare ancora una piccola raccolta di produzione di epoca Maya (El Salvador).

Insomma una raccolta assai bella ed interessante, gratificante per l’occhio e stimolante per la mente.

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