Ascoli Piceno – 3

Dopo un rapido sguardo ai pochi resti dell’area del Teatro Romano, torniamo verso il centro dove ci fermiamo al POSA (Polo Sant’Agostino). Qui, oltre ad alcune scuole, ha sede la Biblioteca e il Museo di Arte Contemporanea intitolata a Osvaldo Licini, artista marchigiano contemporaneo.

Qui troviamo un Sebastian Matta, “Composizione” dai toni azzurri; alcune tele di Hartung segnate da lunghe linee; di Fontana “Il telefono è rotto e non posso chiamare Laura”, con i caratteristici “tagli” sulla tela; un Morandi. Oltre, ovviamente, alle numerose opere di Licini cui il Museo è intitolato. E’ in corso anche una mostra temporanea con le foto di Mario Dondero nella quale spiccano le sue foto di personaggi celebri (da Rotella a De Chirico, da Kapoor ad Henry Moore, da Toti Scaloppa a Giosetta Fioroni).

Passiamo rapidamente davanti alla Chiesa di Santa Croce (vicina al Teatro Romano), alla Chiesa di San Giuliano e alla Chiesa di Santa Maria della Carità (di fattura cinquecentesca) e ritorniamo in Piazza Arringo per visitare i musei che qui sono presenti. Chiuso il Museo Diocesano visitiamo anzitutto la Pinacoteca nei locali del Palazzo Comunale (il Palazzo dell’Arengo).

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La pinacoteca è allestita in sale ammobiliate ed arredate con poltrone, specchiere, cassettoni, ma anche con tendaggi e lampadari concorrendo così a costituire una particolare, piacevole atmosfera di altri tempi. Nè le opere esposte sono cosa di poco conto.

Si comincia con alcuni polittici a tema religioso di Cola dell’Amatrice, artista documentato dal 1505 al 1547; segue un polittico di Carlo Crivelli, sempre minuzioso nella descrizione dei dettagli. Assai prezioso è un piviale di manifattura inglese con varie scene bibliche; sono inoltre esposte alcune Madonne con Bambino in legno intagliato e dipinto. Molto originale è anche un polittico del 300, una “Madonna con Bambino e storie della Vergine”.

Ci sono poi tele e tavole dipinte da Pietro Alemanno; nella Galleria, una lunga sala con finestre sulla piazza, è esposto un ricco arredo barocco, donazione della famiglia Scariglia. Si susseguono quindi un dipinto di Luca Giordano, uno di Guido Reni (“Annunciazione”, 1575) e altre tele di grande dimensione.

Nella Sala Ceci, che per un certo periodo è stata l’aula del Consiglio Comunale, un’altra ampia selezione di tele e di arredi, come pure nella Sala Cecco che espone anche alcune prestigiose specchiere veneziane. In questa sala è un grande dipinto di Giulio Cantalamessa in onore di Cecco d’Ascoli che ritrae quest’ultimo mentre tiene una lezione a Firenze, circondato di prelati ed altri uditori. Nella sala successiva spicca una tela del Guercino.

Al piano superiore alcune teche espongono una ampia selezione di strumenti musicali (soprattutto legni); sono esposte tele e affreschi (staccati e qui trasferiti) di tema religioso; alcune teche espongono oggetti di vario genere: assai curiosa è una raccolta di rosari in pietre dure del 7-800, assai originali (ed anche piuttosto pesanti).

Bello l’ affresco di una “Madonna della Misericordia”, con il suo ampio manto aperto ad accogliere una fitta schiera di credenti e di pellegrini.

Visitiamo invece, sempre su Piazza Arringo, il Museo Archeologico, nel quale sono conservati molti interessanti reperti della civiltà picena, a cominciare dal prodotto forse più caratteristico e cioè quegli “anelloni a nodi” di metallo, esclusivi proprio di quel popolo.

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Si tratta, infatti, di “(…) oggetti rotondi in bronzo fuso ornati lungo la circonferenza con elementi detti nodi, che oscillano da 4 a 6. Trovati nelle necropoli di una superficie geografica compresa tra il fiume Tenna e il fiume Tronto. Oggetto denominato anellone a nodi piceno che può misurare tra gli 11 e i 25 cm di diametro e pesare dai 200 ai 2000 grammi.”(http://www.ilgraffio.online/2018/06/01/lanellone-nodi-piceno-un-oggetto-pieno-fascino-mistero/).

Sul loro significato non c’è accordo tra gli studiosi. ”Non è esagerato definire l’anellone a nodi, chiamato dalle nostri parti armilla, il più grande e affascinante mistero della Civiltà Picena.”(ibidem).

Il museo è ricco di numerosi reperti pieni ritrovati nelle necropoli della zona: armi, collane, fibule, una delicatissima cintura in bronzo composta da tanti piccoli anelli, un pettorale. Sono espsoste numerose urne cinerarie che testimoniano l’evoluzione di gusti e costumi. Molto bella e preziosa è una fibula in ambra, bronzo avorio ed oro. Altrettanto bello un pettorale a piastrina traforata e pendenti in bronzo con conchiglie. Assai piacevoli una serie di decorazioni fittili per vasi a forma di animali (u galletto, due paperelle, un grifo, ecc.)

Una stele con una rara iscrizione in lingua sud-piena.

Esposta c’è anche una complicata “stola” in maglie di bronzo. Armi ed altri strumenti bellici (scudi, ed elmi di complessa fattura) sono numerosi. Altrettanto numerosi sono gli ex voto.

Interessante è la raccolta di reperti (vasi di vario genere) di fattura greca, databili ad un periodo posteriore alla battaglia di Alalia (540 a.C.), quando cioè i greci, sconfitti dalla coalizione etrusco- cartaginese e allontanati dal Tirreno, cercarono nuovi approdi commerciali sulle sponde dell’Adriatico.

Molto belle, infine, alcune coppie di anse in bronzo per vasi. Di grande delicatezza il corredo di una tomba femminile nella quale è stato recuperato un contenitore con vari oggetti di toeletta: una cista in bronzo con decorazioni e un’ansa del coperchio raffigurante Atlanta e Peleo in lotta, uno specchio in bronzo con decorazioni, un vasetto in vetro policromo, un bracciale in argento e pietre dure.

Ancora una chiesa, quella di San Venanzio. Essa sorge dove un tempo passava la via Salaria, che, uscendo dalla città, attraversava l’altro ponte romano, quello posto sul Torrente Castellano.

E’ una chiesa romanica, assai semplice, il tradizionale tetto a capanna è modificato, sul lato sinistro, dalla presenza di un basso campanile.

Ci sono ancora due luoghi da vedere prima di lasciare Ascoli Piceno. Lo facciamo con due brevi soste.

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La prima è per ammirare le forme del Forte Malatesta.

Si tratta di una architettura fortificata di epoca rinascimentale ed ha forme assai diverse rispetto ai castelli che siamo abituati a vedere in giro per l’Italia. In epoca romana era qui un baluardo che controllava il passaggio sul ponte; rinforzato nel 1349 da Galeotto Malatesta, condottiero delle milizie ascolane contro Fermo, venne completamente trasformato nella attuale struttura recentemente ristrutturata e diventata polo museale.

L’ultima sosta è di fronte al Ponte di Cecco, l’antico ponte romano che presenta “(…) un oprofilo sottile ed ancora oggi ostenta intatta la sobria armonia di proporzioni e di linee tipiche dei monumenti della Roma repubblicana. Realizzato in travertino e pietra si distingue candido e chiaro tra la ricca vegetazione circostante.” (https://it.wikipedia.org/wiki/Ponte_di_Cecco).

Saltiamo le leggende intessute intorno a questo ponte (http://www.ilquotidiano.it/articoli/2016/04/29/125308/il-ponte-di-cecco-ad-ascoli-piceno-tra-storia-e-leggenda) e lasciamo definitivamente questa bella ed importante cittadina delle Marche.

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