Taranto – 3

Un altro punto di sicuro interesse per una visita alla città di Taranto è diventato, da qualche tempo, il Castello Aragonese, detto anche Castel Sant’Angelo dal nome della torre, la più possente, abbattuta nell’800 per realizzare il ponte girevole, altra sicura curiosità della città, e permettere quindi allo sviluppo urbano di estendersi oltre i limiti dell’abitato antico.

Il castello è una vera piazzaforte. Sebbene un primo nucleo risalga addirittura al X secolo, poi ampliato in età federiciana, l’attuale struttura risale proprio agli Aragonesi che la strutturarono secondo le esigenze militari del tempo con formidabili torri e possenti bastioni, per resistere ad attacchi sia dal mare che da terra.

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Grazie alla iniziativa perspicace e intelligente dell’Ammiraglio Ricci (oggi in pensione, ma ancora attivo nel progetto), oggi il castello non è più un corpo avulso dalla città, ma oggetto di rilevanti restauri e meta di turisti e visitatori.

Infatti, grazie all’intervento di vari soggetti tecnici e scientifici e con l’attiva partecipazione del personale civile e militare della Marina, la struttura è oggetto di restauri continui ed offre la possibilità di visite guidate al suo interno.

L’orario di visita è pressoché continuo (dalle 9 del mattino alle 3 di notte) e gratuito, sotto la guida di personale formato a questo fine.

Noi giungiamo tranquillamente a metà mattinata e dopo il ceck-in iniziale, veniamo condotti nella visita di alcune stanze che originariamente costituivano gli alloggiamenti della truppa e attualmente sono utilizzati per l’Archivio storico della Marina.

Gli scavi hanno portato alla luce alcune parti del precedente ambiente federiciano, molto più arretrato rispetto all’attuale. Nei corridoi alcune vetrine mettono in mostra reperti venuti alla luce nel corso degli scavi: vasellame, frammenti di statue e anche lo scheletro di una donna (ma non se ne conosce la ragione della sua collocazione).

Percorriamo gli ampi camminamenti interni (8 metri di spessore). Le mura sono in gran parte di carparo, una pietra locale abbastanza dura ed adatta per le necessità belliche. Visitiamo anche la sala spagnola, utilizzata prima come dormitorio e poi come prigione.

Scesi a livello del mare, in una delle torri visitiamo l’impianto idraulico che nell’800 serviva per l’apertura del ponte (oggi il sistema di apertura è elettrificato). Nell’altra torre si può vedere come fossero organizzate le postazioni di fuoco. Tornando sul piazzale e salendo sugli spalti si può goder, infine, di una bella vista sulla zona circostante e, soprattutto, su un ampio specchio di mare.

Ci resta ancora tempo abbondante per una visita nella “zona vecchia “ di Taranto.

Partendo dal castello ci addentriamo in una serie di stradine sulle quali si affacciano ora edifici cadenti, ora palazzi che sicuramente in passato avevano conosciuto ben altri fasti. Ne sono testimonianza una serie di portoni incorniciati da ampi portali di pietra scolpita, alcuni con mascheroni apotropaici che richiamano l’immagine delle antiche gorgoni.

Raggiungiamo così il Duomo, dedicato a San Cataldo.

La chiesa sorge sull’area di un tempio dedicato ad Heracle, sostituito poi da una chiesa di epoca bizantina. tuttavia solo sulle fiancate della chiesa si scorgono i segni dell’edificio originario, mentre all’interno sopravvivono, a sostenere le arcate delle tre navate, 16 colonne e vari capitelli corinzi (solo sul lato destro), tutti di spoglio.

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Lo spazio originario è stato allungato in avanti con una sorta di vestibolo e si apre con una facciata stretta tra due strade laterali che costeggiano la chiesa. La facciata è barocca, ma piuttosto semplice e risale al 1713. Stessa data per il soffitto ligneo a cassettoni, intagliato e dorato, che si protrae lungo tutta la navata centrale.

Sul pavimento pochi brani di un mosaico (forse di epoca bizantina).

L’altare maggiore è sopraelevato rispetto al piano della chiesa, ed è coperto da un ciborio (baldacchino), sorretto da quattro belle colonnine.

Anche tutto il transetto è sopraelevato al livello dell’altare maggiore e vi si accede tramite due larghe scalinate in corrispondenza delle due navate laterali.

Molto interessante è il Capellone di San Cataldo che si apre sulla destra dell’abside. Un breve atrio rettangolare porta ad un ampio spazio ovale interamente rivestito, per quasi tutta l’altezza delle pareti da lussuosi marmi policromi, intarsiati motivi geometrici e floreali, nel perfetto stile del barocco napoletano. Allo stesso modo è realizzato il grande altare, mentre l’intera volta è ricoperta da un grandioso affresco.

Interessante è anche la cripta cui si accede da una scalinata che si apre nella navata centrale. Risale all’XI secolo e, probabilmente, costituisce proprio il nucleo originale dell’antico edificio religioso. Transetto e abside sono fondati su colonne ed archi a tutto sesto in pietra.

Si è fatto tardi per visitare altre chiese della zona e il Museo Diocesano e quindi torniamo verso il centro percorrendo lo stretto marciapiedi che affianca la strada che corre al di sopra del tracciato delle antiche mura e sopra la massiccia torre D’Ajala.

Chiudiamo così questo soggiorno tarantino, salutando una coppia di amici del luogo e ci prepariamo a proseguire il nostro viaggio lungo le coste del Mar Jonio, alla scoperta di nuovi posti e di nuove esperienze.

Io che a Taranto avevo lavorato in passato per oltre un anno, posso affermare che questo soggiorno “da turista “ è stato oltremodo interessante e piacevole. Peraltro durante il mio precedente soggiorno avevo visto sia l’apertura del ponte girevole (cosa che consiglio a chi si reca aTaranto) e la Concattedrale disegnata da Giò Ponti (realizzata nel 1970).

Di quel soggiorno ho già pubblicato uno scritto del 2015. Ne ripropongo qui il link (https://michelecasa.wordpress.com/2015/04/07/un-anno-a-taranto/), soprattutto per ricordare i tanti e simpatici amici che lì ho avuto modo di conoscere e frequentare.

Solo un aggiornamento, purtroppo poco positivo.

Come ci si avvicina alla città di Taranto, vicino alle acciaierie, oggi Mittal, il verde intenso degli alberi e delle piante trascolora in giallo, mentre i paracarri di grigio metallo si ricoprono della onnipresente polvere rugginosa dal colore rosso-bruno.

L’impressione è che purtroppo sia cambiato ben poco da allora.

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