Policoro

Da Metaponto pochi chilometri ci separano da Policoro e dall’Area Archeologica della Sirtide (l’antica Siris, poi Heraclea); un luogo, come vedremo, storicamente assai tormentato, che ha vissuto insediamenti, guerre, distruzioni, nuovi insediamenti.

L’area archeologica è assai estesa, ma visitabile è solo una piccola parte, relativa all’ultimo insediamento urbano, dove restano solo i segni dell’antica città, spesso ridotti alla sola fila delle originali fondamenta, questo a causa della continua a azione di spoglio cui il sito è stato sottoposto. Altri siti, pure indagati, sono coperti da erbacce e l’accesso risulta assai difficoltoso e sconsigliato.

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Nella sola area visitabile, adiacente al Museo della Sirtide (assai interessante e del quale parlerò tra breve), una funzionale e comoda scalinata in pietra conduce ad un ampio pianoro, al limite del quale sorgeva l’Acropoli. Nell’area visitabile si distende un fitto tessuto di abitazioni e botteghe delle quali sono state riportati alla luce gli elementi fondanti dei muri, i canali di scolo delle acque e le canallette in terracotta, alcuni pozzi.

Il quartiere risulta abitato tra il IV secolo a.C. e il III secolo d.C.; le case si componevano mediamente di 4-sei ambienti, disposti intorno ad un cortile centrale scoperto e pavimentato con ciottoli (cosa ben visibile negli scavi).

Reperti ritrovati negli scavi sono accumulati in varie strutture poste ai limiti del pianoro e dell’area archeologica visitabile, a non sono fruibili dai visitatori.

Il museo racconta assai bene la lunga storia di questo territorio a partire dai primi insediamenti del Neolitico (10.000 anni fa), alla progressiva ellenizzazione delle popolazioni autoctone (gli Enotri), fino alle ultime fasi dell’insediamento.

Si comincia dalla ricostruzione delle capanne e dei piccoli villaggi, nonché dal racconto dei culti e dei riti funerari della preistoria, mentre nelle teche sono conservati i reperti litici e vascolari dell’epoca (soprattutto ceramiche dipinte a bande e a segni).

I primi insediamenti si estendono su territori progressivamente più ampi e, intorno al 1.500 a.C. si stabiliscono contatti commerciali e culturali con la civiltà micenea.

Secondo Strabone una prima ondata migratoria giunse qui da Troia dopo che gli Ioni avevano preso la loro città. Si stabilirono qui fondando Siris intorno al XII secolo a.C.

Nel museo sono raccolti frammenti di fregi e rivestimenti architettonici con i colori originali provenienti da un tempio arcaico. Assai interessante è anche una tavoletta bronzea, unica testimonianza di un santuario dedicato ad Atena Iliaca, con una iscrizione in greco nella quale sono elencati i numerosi beni del tempio nei pressi del fiume Siris.

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Anche in questo caso numerosi sono i grandi vasi decorati con figure e animali alati (secondo l’uso greco) o cavalli e pantere (secondo l’uso orientale). Assai bello un “deinos” (vaso tipico della Sirtide): un recipiente sferico con corpo schiacciato e decorato a figure.

A metà del VI secolo a.C., a fronte del continuo espandersi della città e del suo territorio, una coalizione di Sibari, Crotone e Metaponto ingaggiò una feroce guerra contro Siris che venne saccheggiata e sottomessa a Sibari fino al 510, quando questa cadde, a sua volta, sotto il controllo di Crotone.

La rifondazione di Siris avvenne nel 433 a.C., ad opera di coloni provenienti da altre città della Magna Grecia (prevalentemente da Taranto), e prese il nome di Heraclea. La nuova città era assai estesa ed occupava il pianoro (quello che avevamo prima visitato) e una ampia porzione di territorio più in basso fino al “keramikos” il quartiere delle ceramiche, che è di fronte all’attuale museo. Una bella estensione! Peraltro una città circondata da mura e torri di rinforzo.

Bolli, statue votive e fantasiosi elementi decorativi di edifici sono esposti nelle vetrine del museo. Ma ci sono anche ori (anelli, orecchini, collane) ricchi e decorativi e un gran numero di monete. Oltre a varie statuette, sono esposte anche una serie di matrici per la riproduzione delle stesse. Ci sono poi vari reperti ritrovati nei pressi del Tempio extraurbano di Demetra che, con la nuova città, è inglobato all’interno del tessuto urbano. Nei pressi del tempio è stato trovato vasellame vario per il consumo di pasti che al termine del banchetto propiziatorio veniva seppellito con il resto del cibo in onore della dea.

 

Sono esposte anche una serie di tavolette bronzee con frasi dedicatorie da parte di schiave liberate, con l’autoconsacrazione alla dea; come pure vari reperti che testimoniano l’esistenza diffusa di fattorie nei dintorni della città.

Lunga è la serie di vasi a figure nere e a figure rosse con elaborate raffigurazioni. In particolare mi è molto piaciuta la complessa raffigurazione di Medea che fugge su un cocchio tirato da draghi che il dio Sole (suo padre) le ha regalato. In basso i suoi due figli da lei uccisi; sulla destra Giasone, con la spada sguainata si scaglia contro Medea; a sinistra il vecchio maestro con gli occhi sbarrati dal terrore. Bellissimo un altro vaso con coperchio ed alti manici, tutto sovradipinto con tralci vegetali e colombe.

Una sezione completa ed assai interessante del museo è dedicata esclusivamente agli Enotri, questa popolazione italica che occupava un territorio esteso dalla Calabria fino al Metaponto. Vivevano in nuclei familiari imparentati tra loro, in luoghi posti in alto al fine di controllare itinerari e spazi produttivi. Un capofamiglia di riconosciuto prestigio sociale era a capo del clan.

Qui sono esposti alcuni oggetti particolarmente suggestivi ed caratteristici di questo popolo. Un copricapo in bronzo fatto da una serie di tubolari a spirale congiunti da borchie (sull’uso balcanico); un grande vaso rituale a figure geometriche; un delizioso cofanetto in terracotta su piedi, decorato con figure geometriche ed applicazioni a forma di uccelli e tete di toro; una lucerna in bronzo con un giovane in piedi che sormonta un toro accovacciato; un sostegno in ceramica finestrato e decorato a motivi geometrici. Oltre a pettorali in rame finemente lavorati, armi, cinture, collane, bracciali, anelli, attrezzi, vasi iconici, un grande calderone in bronzo.

Sono anche ricostruite ed esposte alcune inumazioni complete, con ornamenti, elaborate composizioni di pettorali, pendagli, cinture e collane, oltre a bracciali ed anelli; complessi e bellissimi elmi, una borsa portaoggetti in bronzo lavorato.

Ultima tappa della giornata, dopo questa immersione nell’archeologia, è, a pochi chilometri da Policoro, al termine di una complicata e stretta strada che si inerpica sui monti circostanti, è la chiesa di Santa Maria di Anglona.

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Si tratta di una isolata e bella chiesa romanica dell’XI-XII secolo, frutto dell’ampliamento di una precedente del VII-VIII secolo. L’esterno absidale è sicuramente la parte più raffinata perché presenta una serie di lesene, archetti, intagli e un finestrone centrale adornato. Il portale è anticipato da un pronao piuttosto avanzato con arco a tutto sesto.

Con una copertura a più livelli, l’insieme si presenta particolarmente suggestivo ed armonioso.

L’interno è a tre navate su quadrati pilastri in pietra e soffitto a capriate. Sui pilastri brani di affreschi. Il transetto si conclude con un unico abside centrale.

La chiesa è circondata a un fitto bosco, mentre, quote leggermente più basse, intorno all’abitato di Policoro, si intensificano nettamente estensioni di vigneti, coltivazioni di alberi da frutta (anche in serra), particolarmente di ciliegi e di pesche. Un paesaggio agricolo ricco ed armonioso.

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