Sibari

Anche Sibari ha avuto una storia molto tormentata.

Universalmente conosciuta come sinonimo di piaceri e sregolatezze, era, in realtà, una città assai ricca, che rivaleggiava in potenza con le altre colonie della Magna Grecia; la seconda, per dimensioni, dopo Taranto.

Fondata da coloni Achei nel 720 a.C., raggiunse il suo massimo splendore intorno al 530, estendendo il proprio dominio su altre colonie e sulle popolazioni autoctone dell’interno. I suoi abitanti erano ricchissimi e dagli usi assai ricercati, conosciuti ed invidiati per il lusso dei costumi, lo sfarzo delle abitazioni, la passione per la musica e la filosofia, tanto da diventare per antonomasia simbolo di opulenza e raffinatezza.

La ricchezza della città derivava dalla fertilità del territorio, bagnato da due fiumi, e reso produttivo da ingenti lavori di bonifica, ma anche dalla presenza di miniere di argento.

Fu proprio questo a determinare l’accesa ostilità delle comunità vicine. Nel 510, guidati dal mitico atleta Milone, i crotoniani mossero guerra a Sibari, la sconfissero e la distrussero. Solo mezzo secolo dopo i superstiti e gli eredi di quella città riuscirono a fondarne una nuova: Thouroi, che presto divenne nuovamente potente, fino a cadere, dopo una lunga alleanza, sotto il controllo di Roma, con il nome di Copia.

Proprio la ricchezza di acqua nel suo territorio, che ne aveva costituito l’occasione di notevole sviluppo economico, divenne la causa del suo definitivo decadere nel VI secolo d.C., quando il progressivo impaludamento e la malaria ne determinarono il definitivo abbandono.

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Anche (ma non solo) per questa ragione la visita agli scavi è assai limitata, circoscritta alla sola zona del “Parco del Cavallo” e avviene sotto la guida di un solerte custode che ci accompagna a vedere, ma solo da alcuni sentieri sopraelevati, i resti delle strutture (prevalentemente si tratta di quelli della città romana di Copia) portati alla luce. In sottofondo si sente, lieve, il rumore delle idrovore che pompano l’acqua. Attualmente, infatti, la zona si trova al di sotto del livello delle acque del Crati e quindi soggetta a continue infiltrazioni, cosa che contribuisce (insieme a problemi di ordine economico e burocratico), a rendere ulteriormente difficoltosi i lavori di ricerca e la loro fruizione da parte del pubblico.

Altre aree, pure indagate, non sono purtroppo visitabili (si tratta di un parco archeologico che si estende per ben 800 ettari!).

Molto interessante invece il Museo Archeologico che si trova ad un paio di chilometri di distanza. Anche qui l’ordine è rigorosamente cronologico, a partire dalla protostoria con ritrovamenti risalenti alla media età del bronzo (XVII-XIV sec. a.C.). C’è del vasellame di impasto con segni verticali protogeometrici; una grande scodella con orli rientrati; un forno a campana in impasto; un grazioso pettine in avorio.

Bellissima una coppa fenicia in bronzo decorato a sbalzo con cinque zone concentriche con figure tra una catena floreale sul labbro e un tondo di rosette al centro.

Vari sono gli ornamenti e i pendagli in bronzo; esposto è anche un grande vaso (dolio) per la conservazione degli alimenti.

Le relazioni antecedenti all’arrivo dei coloni greci è testimoniato dai corredi di alcune tombe nelle quali sono stati ritrovati vari vasi attici.

Della colonia greca sono testimonianza una serie infinita di coppe e di anfore deliziosamente dipinte. Bellissima una fibula ad occhiale di avorio. Molti sono gli oggetti devozioni ritrovati presso i santuari della zona: effigi, piatti, tazze e bicchieri; uno scarabeo in “faience” con testa di negroide; fibule e pendenti; piccoli scudi votivi decorati a sbalzo; numerose, ovviamente, le statuette votive.

Sono esposti anche vari elementi di decorazioni architettoniche. Testimonianza di una raffinatezza della committenza e di un elevato livello professionale degli artisti sono una serie di dipinti su vasi o su frammenti di essi di notevole perizia tecnica e di gusto artistico assai alto.

Curiose sono una serie di ceramiche di varia dimensione in forma di rana. Graziosi due globulari (“aryballoi”) corinzi con schiere di opliti. Un capitello dorico proviene dall’area di scavo di Thurii; da una tomba il corredo funerario di un guerriero, con l’armatura completa e grandi vasi a figure rosse.

Formidabile per la raffinatezza e la capacità espressiva è una statuetta di toro cozzante in bronzo del V-IV secolo a.C., con parti di restauro di epoca romana.

Altri reperti ci introducono al periodo romano.

Statue, numerose anfore da trasporto, brani di coperture architettoniche. Curioso un dado da gioco numerato in osso, spilloni e aghi, numerosi oggetti in vetro lavorato.

Una vasca di fontana in marmo (“labrum”). Piatti e vasellame di uso comune; parti di una statua equestre in bronzo e varie statuette in bronzo. Una lamina in bronzo con iscrizione dedicata ad Iside.

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Ma il pezzo che richiama la mia attenzione è una mano di bronzo dal disegno estremamente complesso, esposta in una teca: si tratta di una mano “panthea” (talismano), destra con anulare e mignolo piegati e le altre tre dita dritte; sul dorso delle due dita piegate è il busto di una divinità in pileo (copricapo conico); le spire di un serpente ad altorilievo avvolgono la mano dal polso fino alla parte centrale dove la testa del rettile poggia su un “phiale” (vaso rituale) in rilevo. Un secondo serpente è posto lungo il dorso della mano (uno specchio opportunamente posizionato permette la visione della parte posteriore dell’opera); sulla parte bassa del pollice è una tartaruga ad altorilievo, mentre sulla sommità del dito è una pigna.

Incredibile!

Questo genere di mani era piuttosto diffuso (ne sono state trovate un certo numero a Pompei e ad Ercolano) e costituivano, molto probabilmente uno strumento contro la cattiva sorte e per ingraziarsi il favore degli dei. La diversa posizione di figure ed ornamenti sulla mano erano frutto, di volta in volta, della “devozione” del committente e dell’estro dell’artista.

Decisamente questo viaggio si sta dimostrando assai interessante ed utile per conoscere e comprendere un importante periodo della storia umana in occidente.

Da Sibari ci indirizziamo verso Corigliano Calabro, un altro luogo assai interessante, facendo un salto nel tempo e nella storia.

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