Corigliano Calabro

Con Corigliano Calabro entriamo in un’altra dimensione della Calabria e di quella vasta area che definiamo Magna Grecia.

Al contempo facciamo anche un salto temporale molto avanti nei secoli perché, anche se è vero che nella zona esistevano insediamenti umani risalenti alla preistoria, la fondazione di questa piccola cittadina della Sila risale ad una data successiva all’anno 1000.

Fondata da popolazioni che cercavano luoghi più sicuri dove poter vivere in un periodo fitto di invasioni, guerre, saccheggi e distruzioni, Corigliano è dominata da un castello che si erge in cima ad un rilievo montuoso, cui fa corona un quartiere fatto di strette e tortuose stradine lungo le quali si articolano le più vecchie abitazioni del paese.

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A Corigliano si arriva con una strada che si fa largo tra coltivazioni di vigneti e, soprattutto, di agrumeti (arance e limoni), cui si sono aggiunti, in epoca più recente, coltivazioni di clementine.

Il Castello che sovrasta il paese non è più la massiccia struttura difensiva di epoca medievale. Tempo e continue ristrutturazioni lo hanno trasformato in qualcosa che assomiglia di più, sia all’interno che all’esterno, ad un palazzo. Ha mantenuto tuttavia le caratteristiche del castello: le quattro torri angolari cilindriche e merlate, l’ampio fossato, la struttura massiccia e quadrangolare.

Si è arricchita di finestre e persino di balconi sulle facciate, incorniciati da eleganti pilastri di pietra, mentre all’interno gli ambienti sono stati progressivamente trasformati in locali organizzati e arredati secondo i più raffinati ed eleganti gusti sette-ottocenteschi.

Prima i principi Sanseverino (agli inizi del cinquecento), poi i duchi Saluzzo e infine i baroni Compagna, nel corso dei secoli hanno modificato la struttura, facendone una dimora signorile.

Oggi è di proprietà del comune ed è possibile visitarlo, dopo il completamento di un raffinato restauro. All’ingresso viene distribuita una breve guida cartacea che illustra la disposizione dei principali ambienti, ne descrive l’uso e le caratteristiche.

Superato il fossato attraverso il ponte levatoio, si accede ad una piccola corte. A destra l’ingresso alla costruzione; di qui si possono visitare i locali del piano ammezzato, tra questi la cucina ottocentesca con forni e pentolate dell’epoca, e la santabarbara. Da questo livello si scende anche ai locali che ospitavano le antiche prigioni.

Al piano nobile ci sono invece le sale signorili, affrescate e arredate con mobilio d’epoca; una sala da pranzo imbandita con ceramiche d’epoca e, al soffitto, un grande lampadario in ferro battuto; il salone degli specchi che deve il suo nome alla presenza di grandi specchi appesi alle pareti, incorniciati da rifiniture in stucco dorato e coperti ai lati da preziosi broccati; quest’ultima sala è impreziosita da lampadari di cristallo di Boemia e dal soffitto a trompe-l’oeil.

C’è anche una cappella piuttosto ampia ed, in parte, affrescata.

Da questo livello si accede al mastio, il primo nucleo del maniero, anch’esso completamente riorganizzato e sormontato da una torre ottagono risalente al periodo dei signori di Saluzzo (1700). All’interno una scala a chiocciola in ghisa collega i diversi livelli della torre, alcuni dei quali completamente affrescati.

Completiamo il nostro breve soggiorno a Corigliano Calabro, visitando due chiese.

La prima è quella di San Francesco di Paola del cui impianto originario risalente alla metà del quattrocento restano solo poche tracce.

La seconda è quella di Sant’Antonio, anch’essa risalente al XV secolo e ricostruita nel 1700. Di essa si nota l’elegante rivestimento in mattonelle maiolicate che ricopre la cupola centrale e le cupolone laterali.

Tratterò in questo scritto la visita ad un luogo assai particolare, l’antica Abbazia di Santa Maria di Patire o Pathirion, e già il nome ci porta a quelle comunità monastiche di provenienza greca che per lungo tempo frequentarono questo territorio, contribuendo notevolmente ad un lascito culturale di grande spessore ed importanza.

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La ragione per cui ne tratto qui e non nel prossimo scritto dedicato a Rossano Calabro dove la cultura monastica di provenienza greco-ortodossa è ancora più significativa ed evidente nei suoi monumenti, è che le guide da me consultate collocano questo luogo nel costituendo comune di “Corigliano-Rossano”, senza preoccuparsi troppo della sua precisa ubicazione.

Ma al netto di queste precisazioni, devo anzitutto sottolineare come il luogo in cui sorge questo edificio religioso sia veramente magnifico.

Isolato, in alto su uno dei monti propaggini della Sila, tra una folta vegetazione e un incantevole ed esteso bosco di latifoglie, di pini ed anche di qualche abete, è luogo veramente suggestivo.

Qui, in una zona già frequentata da isolati eremiti che vivevano tra le asperità del terreno roccioso, venne fondato da Bartolomeo da Simeri, un convento che crebbe ben presto per importanza spirituale ed anche come centro culturale. Venne costruito tra il 1101 e il 1105 e i numerosi e grandi ruderi del convento che oggi rimangono, a cominciare dagli archi del vasto chiostro, ne testimoniano l’importanza, il ruolo e la sua attrattiva.

In epoca normanna era uno dei più ricchi e rinomati monasteri dell’Italia meridionale. Aveva una ricca biblioteca e uno “scriptorium” per la copiatura di manoscritti. Il decadimento della struttura cominciò nel XV secolo, gli interventi successivi riuscirono solo a rallentarne la definitiva chiusura che, con le leggi napoleoniche, ne depredò il corredo di preziose opere d’arte.

Di questo ampio complesso conventuale, oltre ai ruderi, resta l’antica chiesa, bellissima. Essa accoglie i visitatori che giungono dalla strada che fin qui si inerpica, con le sue tre absidi posteriori, decorate con archetti in pietra e in cotto, dal disegno armonioso ed elegante.

Come d’uso i questo tipo di costruzioni, le absidi sono rivolte ad oriente.

La facciata è molto semplice, con un portale quattrocentesco ad arco acuto, due monofore e due oculi (uno moderno, l’altro antico).

L’interno, semplice ed austero, è a tre navate rette da cilindrici pilastri in pietra. Alcuni hanno capitelli corinzi di spoglio.

Si è salvato ed è ancora ben visibile una parte del pavimento in “opus sectile” che originariamente si estendeva su tutta la sua superficie. Leggibile è il nome del donatore, mentre nei quattro medaglioni rimasti visibili sono figure di animali di colore rosso-bruno su un fondo grigio.

Superfluo sottolineare come da ogni angolo di questo luogo si possa godere di una fantastica vista sul territorio circostante che giunge fino al mare, il “glauco mare” attraversato dai coloni greci e poi dai monaci greci per giungere a queste sponde dello Jonio.

Ripercorriamo la tortuosa strada, abbandonando progressivamente le cime boscose, per rituffarci in un ambiente riccamente coltivato, con olivi più in alto e con agrumi più in basso e ci dirigiamo verso la nostra prossima meta: Rossano Calabro.

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