Rossano

Può darsi che le mie conoscenze siano limitate. Ma se c’è un luogo dove si possa appieno comprendere il ruolo e la dimensione dell’intervento dei monaci di provenienza greca sul territorio calabro, o meglio ancora nell’area meridionale, questo è senza dubbio Rossano.

Lo dicono esplicitamente i monumenti rimasti che, seppure rimaneggiati, colpiti da restauri e coperture non sempre edificanti, esprimono appieno quella cultura e visivamente rimandano a luoghi e monumenti visti in grecia.

Lo dicono i documenti che qui si conservano, a cominciare dal fantastico Codex Purpureus, lo splendido evangelario che purtroppo conosco solo per le riproduzioni viste su Internet (il Museo Diocesano dove il prezioso libro è conservato il lunedì, giorno in cui siamo arrivati a Rossano, è chiuso al pubblico). Un evangelario greco, ricco di miniature, trascritto intorno al VI secolo in uno scriptorium in Palestina e giunto in Calabria nel secolo successivo.

Lo dicono i nomi dei luoghi: la Chiesa della Panaghia, la Chiesa di San Marco Evangelista che richiamano lingua e tradizioni direttamente provenienti dai territori più ad oriente.

Lo dicono le forme dell’arte, la pitture, gli affreschi che rimandano direttamente a tradizioni e a forme espressive coniate e forgiate al di là del mare.

Lo dice il suo stesso nome che deriverebbe dal greco “rusion” (che salva) e akron (promontorio), trasformati poi nel greco-bizantino “Rusianon” (https://it.wikipedia.org/wiki/Rossano_(Corigliano-Rossano)).

Lo dicono le sue coltivazioni di ulivo, vite e agrumi, così simile al paesaggio agrario che si incontra nei territori della grecia peninsulare e insulare.

Lo dice la sua storia. Infatti Rossano, sorta già nell’ XI secolo a.C. ad opera degli Enotri e passata sotto il controllo delle colonie della Magna Grecia tra il VII e il II secolo a.C., fino a diventare, con i romani, un importante porto, conobbe il suo massimo splendore in epoca bizantina. Infatti tra il “540 ed il 1059 Rossano visse una fase di grande splendore sociale, artistico, culturale sotto il dominio dei bizantini: sede dello stratego, la sua posizione strategica (…) fasciata e chiusa quasi da un vallo naturale, (…), assieme alla teoria di mura e fortificazioni (…) la rese appetibile meta di conquista da parte di numerosi invasori (visigoti, longobardi, saraceni) ma non fu mai espugnata; sede di arcidiocesi, documentata fin dal X secolo, costituì anche un centro di irradiazione della spiritualita’ monastica di tradizione italo greca. (ibidem).

Ma procediamo con ordine nella descrizione della nostra visita.

Parcheggiamo in Piazza Steri, dove è l’ottocentesca alta Torre dell’Orologio e scendiamo rapidamente verso il luogo della nostra prima visita: la Cattedrale.

Su di una iniziale struttura bizantina è stata costruita questa chiesa trecentesca, rimaneggiata e modificata più volte tanto da non conservare uno stile definito. A tre navate su solidi pilastri, è cinquecentesco il soffitto ligneo della navata centrale, mentre settecenteschi, intagliati e dorati, sono quelli delle due navate laterali. Altarini barocchi con marmi policromi si susseguono lungo la navata destra, mentre in quella sinistra si aprono brevi cappelle (pure barocche), e una più lunga alla fine. Nel pavimento alcune lastre di cristallo dovrebbero permettere la vista di alcuni brani di mosaici della prima costruzione.

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Ma il fulcro di tutto si trova all’altezza del terzo pilastro della navata centrale. Qui, circondato da un ricco tabernacolo settecentesco in marmi policromi e pietre dure è l’affresco bizantino della Madonna Acherotipa (letteralmente “non dipinta da mano umana”), una deliziosa e preziosa produzione artistica (secondo la leggenda apparsa miracolosamente sulla parete) del X secolo.

Un’opera di grande delicatezza, sensibilità e sentimento.

All’esterno la chiesa si completa di un campanile con una cupola coperta di piastrelle colorate in maiolica.

Superato il Vescovato e la sede del Museo Diocesano, scendiamo ancora tra i vicoli della cittadina e raggiungiamo la Chiesa della Panaghia (“tutta santa”), una piccola cappella-oratorio in stile basiliano.

All’esterno, l’esedra posteriore è assai deliziosa, con cotto a spina di pesce in alto e una piccola bifora. All’interno due piccoli affreschi di San Crisostomo e San Basilio.

Torniamo in piazza e raggiungiamo un altro capo del paese dove è un’altra bella chiesa: l’Oratorio di San Marco Evangelista. Soprattutto all’esterno si notano le caratteristiche tipiche delle costruzioni bizantine, con le tre esedre posteriori rivolte ad oriente, e la copertura a cupolette. In tutto le cupole sono cinque, ma si possono vedere bene solo dall’alto.

DSCN0282.JPG

Costruita su uno sperone roccioso a margine dell’abitato, risale al X-XI secolo d.C. e fu punto di riferimento per i numerosi monaci che vivevano nelle grotte della zona. Dalla terrazza dove sorge l’edificio si possono distinguere alcune di queste grotte poste sui fianchi della valle percorsa dal torrente Celati.

Infine, anche all’interno della costruzione, nonostante i rimaneggiamenti, si distingue la caratteristica distinzione del rito greco-ortodosso, con la separazione della zona riservata ai celebranti e di quella riservata ai fedeli. Una curiosità: qui, una colta al mese, si celebra la messa con rito ortodosso.

Lasciato Rossano ci dirigiamo verso Paludi per visitare un’area archeologica brettia. Procediamo verso l’interno e, gradualmente, verso l’alto. Il paesaggio alterna declivi coltivati ad asperità del terreno, distese di olivi si interrompono e si alternano a ripidi strapiombi rocciosi o si alternano ad una fitta boscaglia. Vediamo anche alcuni allevamenti bovini.

Questa volta, per mia carenza organizzativa, troviamo il sito chiuso, perché le visite sono solamente su prenotazione.

Riprendiamo quindi la strada verso la costa che seguiamo per un lungo tratto fino a Cirò Marina. La strada attraversa una serie quasi continua di centri abitati le cui abitazioni, incrementate dalla speculazione edilizia, si estendono lungo il litorale.

A Cirò Marina andiamo innanzitutto (non senza difficoltà a causa della totale mancanza di segnalazioni stradali, e percorrendo un lungo tratto di strada non asfaltata) a Punta Alice e al suo Faro.

Qui la spiaggia è un misto di sabbia e di ghiaia molto fine, i fondali degradano dolcemente e le acque sono azzurre e cristalline.

Andiamo anche alla ricerca, inutile quanto disperata, delle rovine dell’antico Tempio di Apollo. Purtroppo il sito è completamente abbandonato e ricoperto da erbacce che ne impediscono la vista, mentre ogni accesso è bloccato da sterpaglie e canneti (oltre ad essere punteggiato da discariche abusive di materiali di ogni genere.

Siamo quindi costretti a rinunciare alla visita e ci organizziamo per la prossima tappa: Crotone.

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