San Juan de La Pena

Percorriamo ora la vallata del Gàllego, un affluente dell’Ebro, che scorre quasi perpendicolarmente alla linea dei Pirenei e ci permette di inoltrarci ulteriormente in quella direzione.

Qui la vegetazione è rigogliosa; latifoglie ai livelli più bassi, progressivamente sostituiti da pini e abeti più in alto. La strada sale fino ad un bacino artificiale, qui attraversiamo una stretta galleria scavata nella roccia (così stretta che si procede a senso unico alternato) e un ponte di ferro. Dall’altra parte la vallata per alcuni chilometri si allarga, poi torna a stringersi fino a che giungiamo ad un piccolo agglomerato di case: siamo a Ponte della Regina di Jaca. A sinistra si va verso Pamplona e la Navarra; a destra ci si dirige ulteriormente verso i Pirenei. Noi prendiamo questa seconda strada per raggiungere la nostra prossima destinazione, il Monastero (anzi i monasteri) di San Juan de La Pena.

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Il primo, più antico, si trova sotto uno strapiombo roccioso, incastrato nel fianco di una montagna tutta ricoperta di fitta vegetazione, a 1220 metri di altitudine; il secondo, realizzato nel 1675, dopo che due successivi incendi avevano compromesso quello più antico, si trova su un pianoro, leggermente più in alto. Ambedue le strutture non svolgono più la funzione di monastero, ma sono diventate, riorganizzate e ristrutturate, monumento nazionale.

La visita comincia dal monastero superiore, abbandonato dai frati nel 1835. Di questo monastero resta la chiesa barocca, mentre, tutto intorno, una struttura di grandi dimensioni ospita la biglietteria, il centro informazioni e il grande museo. Quest’ultimo (all’esterno in mattoni, all’interno con gran profusione di legno, vetro e acciaio) utilizza pavimenti di cristallo attraverso i quali si possono vedere le fondamenta e le basi dei muri divisori che costituivano il convento e le varie attività collaterali (il forno, il mulino, il frantoio, la falegnameria, la stalla, l’ospedale per i pellegrini e per gli ammalati, la fucina). Utilizzando immagini tridimensionali, pannelli illustrativi, schermi mobili e altri supporti audiovisivi, vengono illustrate le varie fasi di costruzioni del convento, raccontata la sua storia e, soprattutto, vengono descritte le vicende fondamentali (ed assai complesse) della nascita e dello sviluppo del Regno di Aragona.

Del complesso fa parte anche un albergo (a quattro stelle), mentre, tutto intorno l’area è organizzata con un ampio parco che comprende un parcheggio, un bosco dove si possono effettuare varie attività (micologia, fitness, ecc.), una grande area per picnic, giochi e svaghi.

Di qui partono anche i bus-navetta che conducono i visitatori al Monastero Vecchio (ingresso per visitare il vecchio e nuovo monastero e navetta euro 8,50; ridotto 7); è infatti impossibile fermarsi e parcheggiarsi lungo la strada.

La sua origine è (ovviamente) leggendaria. Secondo la tradizione, “(…) Voto (oppure Oto secondo altre versioni), baldo rampollo della nobiltà di Saragozza, venuto a caccia sui monti (…) stava inseguendo un cervo quando, il suo cavallo s’imbizzarrì e precipitò in un dirupo portando con sé il cavaliere. In quel brevissimo lasso di tempo il giovane vide la morte in faccia e invocò il soccorso di san Giovanni Battista. Miracolosamente il cavallo toccò il fondo del burrone indenne e Voto scorse davanti a sé una piccola grotta: si trattava di un eremo dedicato proprio a san Giovanni Battista, il santo da lui invocato, e all’interno giaceva il corpo senza vita del venerato eremita Juan de Atarés. Con l’animo profondamente scosso dall’accaduto, il nobile tornò a Saragozza, vendette tutti i suoi beni e, insieme con il fratello Félix, si ritirò nella grotta scoperta in quel modo tanto prodigioso per dedicarsi a sua volta alla vita eremitica e dando così inizio alla storia del monastero di San Juan de la Peña. (“San Giovanni del dirupo” appunto, o anche “San Giovanni della/nella roccia”).” (https://it.wikipedia.org/wiki/Monastero_di_San_Juan_de_la_Pe%C3%B1a).

Una più attenta ricostruzione storica risale all’VIII secolo quando su questi monti e negli anfratti si rifugiarono dei monaci “(…) per metà eremiti e per metà guerrieri”, sotto la pressione dell’avanzata mussulmana e costituirono il primo nucleo della riorganizzazione anti-araba.

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Le “cronache” spagnole successive hanno fatto di questo gruppo, il nucleo fondamentale di quell’ampio e complesso movimento che va sotto il nome di “Reconquista”, la riappropriazione, cioè, da parte dei cristiani della penisola iberica occupata dagli arabi. Secondo me la “Reconquista, avrò modo di spiegarlo ancora meglio nel seguito dei miei scritti, è uno di quei clamorosi falsi storici, inventati per giustificare la realizzazione di uno stato che altrimenti non avrebbe trovato possibilità alcuna di formarsi, diviso com’era (e per certi versi lo è ancora) tra gruppi, nobili e regnanti, ciascuno con obbiettivi, fini ed aspirazioni contrastanti e configgenti l’uno con l’altro.

La cosa indiscutibile, comunque, è che il Monastero Vecchio è di straordinaria bellezza e fascino!

Dopo il primo insediamento dei monaci del quale ho prima accennato, la sua costruzione risale ad una data sicuramente antecedente all’anno mille (probabilmente nel 920), quando, nella grotta originaria, venne edificata la prima chiesa che conserva ancora i tratti dell’arte mozarabica. Due navate e due absidi queste ultime scavate nella roccia, grandi arcate a tutto tondo, sorrette da solidi pilastri di pietra: una struttura semplice e potente. Dopo la costruzione della chiesa superiore, venne utilizzata come cripta; conserva poche tracce ed in cattivo stato degli affreschi che ne ricoprivano le pareti (si distinguono a malapena i “Santi Medici” e una “Crocifissione”).

A partire dal 1026 cominciarono i lavori di ampliamento sotto la spinta (e con le donazioni) di Sancho III re di Pamplona-Navarra, e poi di Ramiro I, re di Aragona, nel quale territorio ricadeva il monastero (ho spiegato questa complicata vicenda dinastica a proposito del Castello di Loarre in https://michelecasa.wordpress.com/2019/09/16/huesca/).

Il monastero si andò ampliando e sviluppando, accrescendo le proprie qualità artistiche e quelle devozionali.

Al primo aspetto va ascritto lo stupendo chiostro romanico (1190) che ha per tetto la viva roccia e crea, in chi lo vede e lo visita, una sensazione davvero unica.

I capitelli che sormontano le colonnine del chiostro sono scolpite (risalgono ad un periodo tra il 1000 e il 1190) e raffigurano scene della Genesi e della vita di Gesù, ma anche animali fantastici e motivi floreali.

Dello stesso periodo è anche la chiesa superiore, a unica navata, che ha parte della roccia come copertura; presenta tre absidi addossati alla roccia, decorati con colonnine ed archetti ciechi.

Questa chiesa divenne subito (e qui l’elemento devozionale) pantheon reale. Qui, infatti, vennero tumulati alcuni re e le loro consorti (la cappella che raccoglie le tombe reali è stata rifatta in stile barocco nel 1770).

Nobili e potenti del regno partecipavano, al pari dei regnanti, a regalie e donazioni, chiedendo, in cambio, di trovare anch’essi collocazione in questo luogo dopo la morte. Ed infatti, del complesso fa parte anche una ampia sala (che precede la chiesa superiore) nella quale essi venivano inumati e sulle cui pareti campeggiano stemmi e simboli araldici.

Questo luogo divenne una tappa abituale per i pellegrini che intraprendevano il “Cammino” per Santiago di Compostela. Al contempo le sue proprietà e i suoi possedimenti si ampliarono, la sua ricchezza aumentò a tal punto che nelle cronache (alcune delle quali sono leggibili nei pannelli esplicativi del museo nel monastero nuovo) sono riportati le registrazioni di prestiti ingenti fatti dal monastero ai sovrani e ai maggiorenti del regno.

Altri locali sono facilmente individuabili: il forno per il pane, le cucine e le camere dei monaci (qui un piccolo museo raccoglie i reperti rinvenuti durante i lavori di ripristino della struttura). Da citare è anche una bella cappella in stile gotico dedicata a San Vittoriano.

In conclusione una visita da non perdere, assolutamente.

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