San Millan de la Cogolla

San Millan de La Cogolla è un monastero (anzi due), cui la gente de La Rioja, ma anche della Castiglia e della Spagna più in generale, è molto legata; di qui infatti, è comunemente convenuto, ha mosso i primi passi la lingua spagnola.

Ma procediamo con ordine.

Anzitutto la visita che si svolge in due tempi. Al Monastero di Suso (in autobus e su prenotazione) e a quello di Yuso (sempre su prenotazione). Le visite si effettuano solo con guida (purtroppo non in italiano; complessivamente 11 euro, ridotto 9).

Una prima precisazione: Suso e Yuso non sono termini spagnoli, ma derivazioni latine. Suso, da “sursum” significa “di su” e si riferisce al monastero più antico, che si trova in alto (parcheggio vietato alle auto); Yuso da “deorsum”, cioè “di giù”, e si riferisce al monastero che si trova più in basso (con annessa biglietteria e possibilità di parcheggio).

San Millan de La Cogolla è l’insieme dei due monasteri, la cui origine risale alla comunità fondata dal santo eremita Emiliano che visse 101 anni, dal 473 al 574, in una grotta e dedicandosi alla preghiera e alla meditazione. (le notizie che riporto qui sono tratte da un libretto, in italiano, dell’Ufficio Informazioni Turistiche de La Rioja, dal titolo “Monasteri de La Rioja”).

L’appellativo “Cogolla”, deriva da “(…) una località collinare chiamata “La Cocolla” per la sua forma che richiamava l’omonimo cappuccio del mantello o del collare che indossano i frati.”

All’epoca di San Millan la Spagna era in gran parte governata dai Visigoti e i segni di quel periodo, come vedremo tra breve, sono rimasti nella struttura dei fabbricati.

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La visita comincia dal monastero di Suso, quello superiore, più in alto, parzialmente scavato nella roccia e parzialmente edificato. Il monastero è uno splendore in quanto conserva non solo i segni della vita eremitica e monastica del santo e della sua comunità, quanto perché mostra, con stupefacente evidenza, le manifestazioni del trascorrere del tempo attraverso i diversi stili e le diverse architetture adottate nel corso dei secoli.

Al tempo di Emiliano, infatti, in Spagna si erano da qualche tempo insediati i Visigoti i quali avevano intrecciato usi, costumi e arte con quella dei romani che lì vivevano, dando origine a varie innovazioni a cominciare dall’arco visigoto (cioè l’arco a ferro di cavallo), che avrebbe poi trovato nell’arco islamico il suo perfezionamento tecnico e il suo massimo artistico.

La struttura e l’architettura del monastero di Suso, proseguita senza interruzioni dal VI all’XI secolo, testimonia questi passaggi e le trasformazioni intercorse in questo lungo periodo.

Dalla primitiva grotta, scavata nella roccia, si passa al primo nucleo di una costruzione religiosa. Assai interessante è notare che la successiva fase di ampliamento del sito, vede la costruzione orientata verso est (come in generale per tutte le chiese), mentre, originariamente, essa era orientata a nord. Anche questa fase, tuttavia, non è priva di specifiche caratteristiche; infatti l’andamento dell’edificio è parzialmente modificato al fine di seguire e di recuperare, quale parete laterale, il fianco roccioso della montagna.

La cosa stupefacente è vedere come gli elementi visigoti, mozarabici e, in ultimo, quelli romanici convivano insieme e siano stati sapientemente utilizzati durante le diverse fasi di trasformazione e di accrescimento delle strutture del monastero.

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Al monastero si accede attraverso un piccolo porticato, con colonne, aperto sulla valle; interessanti sono anche i capitelli di alabastro della porta e, in fondo alla cripta, la statua del fondatore, giacente, in alabastro nero.

Il complesso era tutto affrescato, ma un antico incendio ha purtroppo distrutto ogni elemento di questo genere.

Doveva essere una meraviglia questo insieme di stili, questo luogo ritirato ed appartato, ripieno di tante bellezze artistiche, circondato da rilievi fittamente ricoperti da una ricca, abbondante e lussureggiante vegetazione.

Il monastero è famoso anche per un’altra ragione. Come di consueto per i cenobi dell’epoca, era anche un centro di copiatura, miniatura e scrittura. Nello “scriptorium” di San Millan, a margine di un manoscritto in latino, compaiono alcune glosse scritte in volgare. In un caso si tratta di una glossa in un dialetto simile al castigliano, in un altro in lingua euskadi (basca).

L’importanza di un tale fatto è, comprensibilmente, notevole. Il manoscritto originale, chiamato Glosas Emilianensis, è conservato attualmente presso la Real Academia de la Historia di Madrid.

Una copia, con le annotazioni in bella evidenza e scritte anche su due lapidi di marmo, sono anche nel monastero di Yuso e la nostra guida ce la mostra subito, appena attraversato il cortile e il patio in cui si entra attraversando un elaborato ingresso decorato in forme barocche che contrasta non poco con quello, più semplice,presente sulla facciata della chiesa che prospetta sul medesimo cortile.

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Le origini di questo secondo monastero risalgono ai tempi del re Di Najera, Garcia, che ordinò di spostare le reliquie di San Millan dal convento di Suso alla chiesa di Santa Maria La Real a Najera. Secondo la tradizione popolare, giunti in questo luogo i buoi non vollero procedere oltre. Così, tra il X e l’XI secolo, venne costruito qui un secondo monastero, di architettura romanica che venne sostituito da un edificio totalmente nuovo, e in forme barocche, tra il ‘500 e il ‘700.

Da notare, sulla facciata, scolpita in rilievo, l’immagine di San Millan “Matamoros” (Ammazzamori). Una iconografia ricorrente in Spagna perché, secondo la tradizione San Millan partecipò, insieme a Santiago, alla battaglia di Simancas nel 939, nella quale una alleanza di principi cristiani sconfisse i musulmani.

La chiesa venne costruita nel ‘500, in stile gotico decadente; ha tre navate della stessa altezza. Ci sono due stalli per i cori: uno in basso, con organo a canne, nella navata centrale per i giorni di festa e le celebrazioni più importanti; l’altro in alto, sopra l’ingresso per le lauri giornaliere. Il canto era una delle attività più importanti; i monaci cantavano due ore per cinque volte al giorno. Adiacente al coro superiore è un armadio dove sono conservati i grandi volumi manoscritti che i monaci usavano per i canti: un archivio assai prezioso!

I locali della sagrestia sono di epoca successiva. Il pavimento è in piastrelle di alabastro questo al fine di mantenere una temperatura costante sia per la vestizione dei sacerdoti sia per la migliore conservazione dei mobili che sono tutti intarsiati e dipinti (ad olio).

Il chiostro è a due piani, quello superiore chiuso e con finestre. Qui è esposta una collezione di dipinti e una copia del reliquiario originale di San Millan del 1067 (l’originario è andato perduto durante la guerra con Napoleone), in avorio e pietre preziose. Sulle lamine la vita e i miracoli del santo. la nostra guida ci fa notare che le immagini sono in stile mozarabico (e cioè con scene più movimentate rispetto a quelle tipiche del romanico).

Nella sala è anche il reliquiario di San Felice del XV secolo.

Prima di completare la nostra visita, percorriamo ancora i locali del chiostro superiore e alcune sale annesse, dove sono esposti molti quadri (tavoli e tele) di argomento religioso.

Veramente un magnifico complesso!

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