Padova – 5

Ho avuto modo di scrivere e descrivere Padova e i suoi monumenti in altre precedenti occasioni (https://michelecasa.wordpress.com/2017/11/12/padova-1/; https://michelecasa.wordpress.com/2017/11/13/padova-2/; https://michelecasa.wordpress.com/2017/11/15/padova-3/; https://michelecasa.wordpress.com/2017/11/17/padova-4/).

Questa volta l’opportunità di un incontro tra familiari “dispersi” in varie parti delle stivale ed oltre, è stata l’occasione di un altro breve soggiorno in questa bella città; l’abbiamo speso soprattutto in un divertente ritrovarsi tra cugini e familiari e, soprattutto, in varie libagioni, ma anche attraversando simpatici luoghi cittadini e visitando qualche località vicina.

Già dalla prima sera è stato un piacere, in Piazza delle Frutta, prima ancora di sederci a bere uno “spritz”, fermarci ad un chiosco dove si può mangiare un caratteristico “cibo di strada” di Padova: il “folpo”. Vale a dire un polpo bollito. La particolarità è nel fatto che il polpo (rigorosamente proveniente dal mare Adriatico) non viene pulito e si cucina (e si mangia) così com’è, alla maniera dei pescatori.

Tra bigoli al sugo di anatra, spezzatino di musso (asino) e tanta polenta, abbiamo trascorso i due giorni successivi, passeggiando per le strade di Padova o correndo lungo le strade che attraversano i colli circostanti (i famosi Colli Euganei).

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A Padova, per la verità, abbiamo trascorso il tempo passando da una piazza all’altra: da Piazza delle Erbe a Piazza delle Frutta, a Piazza dei Signori. Abbiamo attraversato le diverse vie del centro, le stradine, i vicoli, gli slarghi che si aprono, qui e là, tra i palazzi ricchi di storia e di arte.

Una costruzione mi rendo conto di non aver citato nei miei precedenti scritti ed è la cosiddetta Casa di Ezzelino: una palazzo in pieno centro storico. Un edificio duecentesco sotto il quale si passa per raggiungere Piazza delle Frutta. Ha bifore romaniche su un lato e trifore gotiche (con balaustra) sull’altro. Guardandola si possono notare aggiustamenti apportati già in fase di edificazione per non compromettere la stabilità dell’edificio (ed anche questo contribuisce a rendere l’edifico interessante).

Personaggio assai complesso, Ezzelino, uomo d’armi assai energico che riuscì, anche con l’appoggio di Federico II di Svevia, a passare da signore di un piccolo borgo vicino Bassano (che la sua famiglia deteneva da tempo), a dominatore e governatore di un esteso territorio che comprendeva Bassano, Belluno, Brescia, Padova, Trento, Verona e Vicenza, creando una sorta di signoria.

“Fu certamente uomo di parte e delle fazioni si servì principalmente per ingrandire i suoi feudi e rendersi sempre più potente. Per tutto ciò appare come il più attivo ed ardente ghibellino, tanto che di questo partito ebbe di fatto il comando nell’Italia settentrionale.” (https://it.wikipedia.org/wiki/Ezzelino_III_da_Romano).

Così, tra il “ripasso” di un po’ di storia, una foto ad un graffito di Kenny Random dedicato a Bansky (in via Fabbri, sotto i portici), molte bevute, abbiamo trascorso due spensierate giornate a Padova.

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Molto piacevole è stato anche percorrere le strade delle colline intorno a Padova, tra fitti boschi e campi coltivati. I Colli Eugenie sono “un comprensorio montuoso costituito da circa un centinaio di rilievi la cui altezza non supera mai i 600 metri.” (https://www.collieuganei.it/).

La peculiarità di questo comprensorio è nella sua straordinaria biodiversità botanica e faunistica, che a partire dal 1989 si è deciso di salvaguardare istituendo il primo Parco Regionale del Veneto. “Un fitta rete di sentieri ed itinerari escursionistici consente di esplorare il territorio in maniera sostenibile: a piedi, in bicicletta o a cavallo è possibile scoprire gli angoli più belli dei Colli Euganei immergendosi nella natura e praticando il proprio sport preferito.” (ibidem).

I Colli Euganei si stagliano, quasi improvvisamente nel cuore della pianura veneta, nei dintorni di Padova, con la inconfondibile volumetria conica, risultato di fenomeni vulcanici risalenti a 40 milioni di anni fa, e dalle successive erosioni delle acque e dei venti.

Così, percorrendo le strade che si inerpicano sui fianchi di quei colli, piccoli e pittoreschi borghi si aprono nel fitto di una rigogliosa natura fatta di alberi di alto fusto, fitta vegetazione e campi intensamente coltivati di colture pregiate.

Dopo una sosta (ovviamente mangereccia) nel piccolo comune di Teolo, siamo scesi all’Abbazia di Praglia, in una giornata piena di sole ad illuminare il verde della valle in cui essa sorge e quello che ricopre i colli che la circondano.

In questa antica abbazia (la sua fondazione risale al XII secolo), racconta il monaco che ci accompagna nella visita guidata al monastero, la circonferenza tracciata a partire dal centro del coro ligneo disposto lungo le pareti dell’abside, abbraccia l’intera area del monastero. Ciò indica, se ho ben capito le parole del frate, la ricomposizione dell’unità alla preghiera corale del canto gregoriano e riporta l’ “ora et labora” (che si svolge nell’intero complesso monastico) alla comunità celebrante del rito.

In altre parole ogni attività umana (il lavoro dei monaci ma anche quello della comunità parrocchiale) si ricompone nella preghiera e nell’atto della cantica dei salmi.

Comunque sia, l’abbazia poteva contare (in passato) su notevoli proprietà e lasciti che garantivano una notevole floridezza al complesso, ed anche oggi, almeno a giudicare dalle numerose tipologie di prodotti (dai saponi al miele, dal vino alla cioccolata) in vendita presso il locale dispensario, le disponibilità dell’abbazia, ancorché di molto ridotte e non più gestite in proprietà diretta, sembrano abbastanza soddisfacenti.

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La chiesa è tipicamente rinascimentale, costruita al posto di un precedente edificio del quale non vi è più traccia; il campanile quadrato, invece è del XIII secolo. Nella chiesa, oltre al già citato coro ligneo, merita menzione un crocifisso di scuola grottesca, attualmente conservato dentro una teca di cristallo.

Alle pareti vari affreschi e tele di scuola veneta.

Il monaco ci conduce anche attraverso i chiostri dell’abbazia che sono ben quattro ed anche belli e grandi. Da uno di questi chiostri (se non ricordo male quello chiamato “botanico”, si passa nella Sala Capitoare, assai ampia e con numerose tele alle pareti.

Qui e là si nota, nel disegno delle finestre, in alcune decorazioni, l’influsso dell’architettura e dell’arte veneta.

Davvero un bel complesso.

Ci attardiamo ancora in zona per una passeggiata nel centro di Abano Terme, località assai nota per le acque termali utilizzate dai diversi alberghi della zona cui è affidato lo sfruttamento da demanio.

E poi una breve sosta nel comune di Arquà che ha aggiunto al suo nome quello di Petrarca, giacché il poeta decise di trascorrere in questo luogo gli ultimi anni della sua vita mortale.

Il tempo corre veloce a concludere il nostro incontro “di famiglia”.

Ma altre mete ancora ci attendono.

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