Cerveteri – 1

In una piovosa mattina di novembre, nel corso della settimana che ha registrato in Italia alcuni fenomeni estremi (acqua alta a Venezia, allagamenti a Matera, violente mareggiate sul Tirreno, solo per citarne alcuni), da Roma ci siamo diretti verso la prima tappa di questo nostro viaggio: la città di Cerveteri e la sua necropoli.

Cerveteri fu città etrusca di notevole rilievo ed importanza.

Un nucleo abitativo esisteva già nel periodo villanoviano (intorno al IX secolo e del quale sono testimonianza le inumazioni nell’area della necropoli); ma è con gli etruschi che essa sviluppa al massimo il suo ruolo nel territorio circostante e sul mare.

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La città etrusca e il suo popolo erano conosciuti ed apprezzati dai Greci (Strabone la cita perché i suoi abitanti si astenevano dalla “pirateria”); inoltre la città aveva un proprio “Thesauros” (edificio con la conservazione delle offerte) a Delfi. Ma forse questa simpatia deriva dal fatto che, secondo fonti peraltro assai incerte, la fondazione della città sia avvenuta da parte di Pelasgi provenienti dalla Tessaglia.

Quel che è certo, è che Cerveteri (in etrusco Kysry), ebbe notevole importanza nel contesto del territorio circostante e nel commercio marittimo: nel VI secolo poteva vantare ben tre porti: Alsium (attuale Ladispoli), Pyrgi (Santa Severa) e Punicum (Santa Marinella). (Guida Verde del Lazio, Touring editore, Milano, 2018, pag.236).

Sicuramente le sue navi parteciparono alla Battaglia del Mar Sardo (intorno al 540 a.C.), nella quale l’alleanza etrusco-cartaginese, pur rimanendo sconfitta, riuscì a limitare l’espansione greca nel Tirreno.

Fu conquistata dai romani nel 358, ma del suo popolo, della sua storia, delle usanze e delle abitudini etrusche restano tracce superbe, indelebili e affascinanti nel Museo Nazionale Cerite (del quale vi racconto fra poco) e l’incredibile Necropoli della Banditaccia (della quale vi racconto nel prossimo scritto).

Il Museo Nazionale Cerite ha sede nel castello (o Palazzo Ruspoli), al centro dell’attuale insediamento urbano che è solo una parte dell’antico abitato.

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All’interno il Museo, oltre ad esporre reperti di vario genere nelle tradizionali (e ben illuminate) vetrine espositive, offre anche un allestimento assai piacevole e molto interessante. Infatti, alcuni oggetti sono conservati in particolari vetrine; toccando il vetro davanti agli oggetti, questi vengono illuminati ed una voce narrante ne descrive brevemente le caratteristiche principali.

Si comincia con una biconica urna cineraria, prodotta senza tornio, risalente al IX secolo; sicuramente imperfetta nella forma anche se si notano alcune decorazioni; può essere definito certamente come il progenitore di tutti i vasi. Segue un “bucchero”, tipico prodotto artigianale etrusco. Si tratta infatti di oggetti completamente neri, sia all’esterno sia all’interno, perché cotti in assenza di ossigeno. Con questo nome vengono definiti una molteplicità di oggetti aventi tutti questa paricolare, e bellissima, caratteristica. Nel caso specifico si tratta di un “attingitore”, una coppa utile per versare qualcosa da un recipiente ad un altro; un prodotto del VI secolo.

Ancora una grande coppa in ceramica dipinta del VII secolo. Si nota subito l’utilizzo del tornio nella realizzazione di un’opera dalle forme armoniche e perfette, completata da decorazioni di uccelli (aironi); il vaso, proveniente da un corredo funebre, era utilizzato per contenere bevande.

Nelle altre vetrine sono esposte, con un buon allestimento, reperti provenienti da diverse inumazioni che hanno reso possibile la comprensione delle abitudini e degli stili di vita di questa antica popolazione. Si alternano vasi di varia e diversa forma e dimensione, fibule, pesi per tessitura, bracciali e altri ornamenti in rame.

Attrae un alto sostegno in terracotta, traforato e lavorato, che sostiene una grande “olla”. (recipiente in terracotta, spesso con coperchio, usato per cucinare).

Seguono ancora altri vasi, coppe, anfore decorate, tutte di produzione locale. Tantissimi i buccheri delle forme più varie. Procedendo lungo le vetrine si nota la evoluzione del gusto (e quindi anche del censo) della popolazione con prodotti sempre più raffinati. Bellissima una olla in impasto bruno con cotonature e tre grandi calici in bucchero. Ancora un grande “holmos” (sostegno) in terracotta decorato con protomi di leoni. Bellissima un cratere del Pittore di Eptacordo (680-660 a.C.) decorato con figure umane stilizzate.

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In un’altra vetrina “parlante” un “kantaros” (coppa con due manici), comunemente usata per bere (assai diffuse, le coppe erano più grandi dei nostri bicchieri). Assai graziosa un’anfora con piccoli bassorilievi di animali e un “oinocoe” (praticamente una brocca) usata prevalentemente per versare il vino.

I corredi tombali si susseguono con una vasta ricchezza di corredi ceramici. Bellissima una terracotta a forma di capanna, con copertura a tetto spiovente e vari decori (utilizzata per conservare le ceneri del defunto) del VII secolo. Una bellissima serie di vasetti per unguenti. Una anfora con decorazioni di leoni. Bella ed artistica un’anfora vivacemente decorata con animali: leoni, cervi, sfingi, grifi alati (VII secolo). Interessanti alcuni balsami in vetro (produzione locale, ma con tecniche di lavorazione acquisite dal vicino oriente,segno di fecondi rapporti con il mondo mediterraneo). Delicato un blasonario in ceramica in forma di scimmia armata a cavallo (550 a.C.).

Di manifattura orientale, ed assai rari e preziosi per l’epoca, due vasetti in pasta vitrea per profumi; un paio di orecchini in oro (gli etruschi erano assai bravi nella lavorazione del metallo prezioso); una specie di scatola per contenere profumi, trucchi e gioielli (le donne etrusche utilizzavano molti oggetti per la bellezza e cosmetici per il trucco di labbra, guance, viso, occhi).

In un’altra vetrina due bellissimi vasi a due manici incisi e lavorati, decorati con figure di animali in nero e in rosso. Esposti sono anche oggetti di importazione come un bel cratere corinzio con figure nere di uomini e di animali (VI secolo) e una splendida coppa con disegno di serpenti sul fondo.

Interessante la ricostruzione di uno sgabello pieghevole con protomi in rame, nonché un barilotto in legno con due scomparti separati.

Al piano superiore del museo, altri preziosi reperti ceramici sono di prevalente provenienza attica, risalenti soprattutto al VI-V secolo, quando i contatti si fecero sempre più frequenti: fra questi uno stupendo cratere a figure rosse firmato da Euxitheos come ceramista e da Euphronios come ceramografo (510-500 a.C.), e una grande coppa attica a figure rosse.

Ma tantissimi sono anche gli oggetti di uso comune: piatti, scodelle, tazze e coppe. Come pure elementi architettonici tra i quali una serie di antefisse e frammenti di terracotta che conservano ancora, in parte, la primitiva coloritura. Su un frammento ricomposto si distingue bene una amazzone a cavallo.

Non potevano mancare, provenienti da varie necropoli della zona, alcuni sarcofagi con sul coperchio figure umane supine o distese nella riconosciuta e caratteristica posa etrusca e cioè distesi su un triclinio e il volto diretto verso l’osservatore.

Una collezione assai ampia, dunque, che si completa con alcune sculture di maggiore dimensione: due leoni, una statua, due sfingi (una delle quali acefala).

Un ottimo inizio per la successiva visita alla grande necropoli utilizzata a servizio della città.

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