Viterbo – 2

Nel precedente scritto ho raccontato del Museo Archeologico di Viterbo. La collezione di materiale etrusco continua anche nella sezione archeologica del Museo Civico, collocata nei locali dell’ex convento attiguo alla chiesa di Santa Maria della Verità, che si trova proprio di fronte a Porta della Verità, una delle porte che si aprono nella lunga cortina muraria medievale che ancora circonda, quasi per intero, il centro storico della città.

Il Museo, e la chiesa con il convento, si trovano al di fuori della cinta muraria, in una piccola piazza, quasi solo uno slargo, di fronte alla porta.

La sezione archeologica del museo si sviluppa anzitutto al pianterreno del convento, intorno al suo bel chiostro gotico.

Qui allineati uno dietro l’altro una una lunga serie di sarcofagi etruschi, la maggior parte in nenfro, con i loro coperchi. La maggior parte dei coperchi riporta le figure dei defunti, alcuni supini, altri sdraiati nella tipica posizione su un triclinio.

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Tra i tanti sarcofagi spiccano quelli di alcune conosciute famiglie nobili dell’epoca, in particolare quelle degli Smurinas, marito e moglie, dalle classiche pose, ritrovate in una tomba a tre camere. Sulle casse alcuni bassorilievi dei quali si intravvede ancora tracce del colore originario.

 

Nelle sale del museo sono allineate, oltre a numerose lastre sepolcrali in terracotta, numerosi reperti provenienti da diversi corredi funerari.

Anche qui molti sono i vasi di diversa fattura, di provenienza attica o prodotti da botteghe locali. Tra queste spicca, per la sua bellezza, un cratere a figure rosse, con persone che danzano (il vaso era utilizzato per mescolare vino con acqua, abitudine comune tra gli etruschi per i quali bere il solo vino era abitudine deprecabile). Bellissima una olla decorata a figure geometriche (utilizzata per conservare e servire il cibo).

Tra i corredi ritrovati, anche alcuni gioielli in oro e pietre dure.

Ovviamente tanti i buccheri. Tra questi ultimi, una grande “hydra” (vaso per il trasporto dei liquidi) con manici e coperchio sul quale troneggia la figura di un gallo.

Deliziose anche alcune applique di bronzo in forma di testa di leone, nonché delle statuette fittili in terracotta di figure umane ed animali.

Di epoca romana sono un’altra splendida serie di reperti: una splendida statua femminile acefala (I secolo d.C,); una testa in nenfro, probabilmente di un Ukisse (II-I secolo d.C.); due sarcofagi in marmo, scolpiti sui lati. Veramente splendida, infine, una urna cineraria in marmo, tutta decorata a bassorilievo con festoni di frutta e maschere, e il coperchio con foglie di acanto.

Nel museo trovano spazio anche alcuni “falsi” relativi a primi testi di ricerca sul mondo antico (etrusco e romano), ad opera di Annio, (un frate domenicano di Viterbo, attivo ai primi del ‘400), cui si deve certamente il riconoscimento di una originale ricerca, e che usava combinare citazioni dai classici con l’interpretazione dei reperti, manipolando però e falsificando, all’occorrenza, sia testi che reperti.

Al piano superiore si trova una interessante quadreria.

Si apre con una tavola di anonimo del XIII secolo, una “Madonna con Bambino” assai pregevole, che ha ormai perso le fattezze bizantine; Ancora una “Madonna con Bambino” di Vitale da Bologna, una tavola del XIV secolo.

C’è spazio, in una teca al centro della stanza, per un acquamanile in bronzo, in forma di leone (metà del XIII secolo) di un anonimo tedesco.

Assai originale una composizione, parte in marmo, parte ad affresco di “Madonna con Bambino ed un Santo”: in marmo il bassorilievo scolpito e dipinto della Madonna che tiene in braccio il bambino ed è assisa su un trono a baldacchino, completo di colonne e capitelli, in basso sulla destra sempre scolpito un angelo, al di sopra di esso, ad affresco, un angelo.

Ancora a parete una tempera su tavola del XIII secolo di una Madonna, questa volta in forme bizantineggianti.

Una sala è dedicata a due opere di Sebastiano del Piombo, che costituiscono il fulcro dell’esposizione: la “Flagellazione” e la “Pietà”. una intera parete del corridoio antistante la sala è dedicata all’analisi spettrografie dei due dipinti, al fine di individuare nessi e relazioni tra questi due dipinti e le opere di Michelangelo.

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Sembra infatti, e le illustrazioni e i testi dei pannelli si dilungano su questo argomento, che i rapporti tra Sebastiano del Piombo e Michelangelo non si siano limitati a quelli di una buona e fraterna amicizia, ma che Michelangelo abbia addirittura fornito al pittore veneziano i cartoni preparatori delle due opere.

Dalle analisi e dagli studi che qui vengono riproposti, la cessione e l’utilizzo dei cartoni di Michelangelo sembrano un dato acquisito, ed indubbiamente la volumetria dei personaggi, la posa delle figure lascia intravvedere affinità tra questi dipinti e le figure realizzate nella Cappella Sistina. Resta il fatto, a mio modesto parere, che Sebastiano del Piombo, nella realizzazione dei due dipinti sia comunque riuscito a reinterpretare i disegni con indubbia autonomia e con specifiche qualità artistiche e, soprattutto, cromatiche.

Da segnalare, infine, la particolare disposizione, nella “Pietà” delle due figure: la Madonna assisa nella medesima posizione della scultura michelangiolesca, ma con il volto alzato verso il cielo, mentre la figura del Cristo è distesa per terra, in una posizione, quindi, assolutamente diversa dalla stragrande maggioranza delle opere con medesimo soggetto.

A completare la quadreria del museo, altre tele di pittori attivi a Viterbo; si distingue una lunetta della scuola di Andrea della Robbia (terracotta policroma del 1515 circa).

Al secondo piano del museo una serie di stampe e di litografie che hanno per tema “La Macchina di Santa Rosa”, la popolare e colossale struttura che ogni anno, in occasione della Fesra di Santa Rosa, viene portata a spalla lungo le strade della città. Una struttura alta 30 metri, che è arrivata a pesare fino a sei tonnellate. Si susseguono, nelle vetrine, vari disegni e schizzi di questa incredibile “macchina”.

La storia di Santa Rosa è strettamente legata alle vicende dei papi (cosa della quale parlerò in seguito), e al carattere profondamente antighibellino (e fortemente conservatore, per non dire di peggio) della città. Rosa, infatti, morì diciottenne dopo aver trascorso tutta la sua breve vita a predicare ed operare contro l’imperatore Federico II e il partito antipapale.

Alle pareti una serie di tele e stampe di artisti locali a sfondo religioso.

A completare le esposizioni del museo, in una sala, alcune teche contengono una raccolta di vasi antichi, in ceramica, per farmacie. Infine raccolte di foto d’epoca e di monete.

Nei prossimi scritti racconterò del nucleo medievale di Viterbo, accennando alle vicende relative al lungo soggiorno dei papi in questa città.

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