Caprarola e Lago di Vico

Quasi sul crinale del bacino idrografico del Lago di Vico, sul suo lato orientale, si incontra il paese di Caprarola, che ci offre l’occasione di una prolunga sosta per visitare il bellissimo palazzo voluto dai Farnese, realizzato tra il 1530 e il 1575.

Il palazzo si erge, quasi al culmine di un poggio e vi si giunge lungo una strada dritta ed in salita che conduce ad un alto scalone a due bracci che sale fino alla costruzione. Questa si staglia scenograficamente sulle più basse costruzioni del paese e contro un cielo assolutamente privo di altre volumetrie.

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La famiglia Farnese fu una delle famiglie (insieme ai Colonna, agli Spada, ai Pamphilj e a tante altre meno conosciute) che hanno segnato la storia della città di Roma, dei territori contigui e del Lazio in generale, oltre che la storia del papato nel corso di alcuni secoli. Inoltre la discendenza di questa famiglia, originaria dei territori della Tuscia, arrivò a governare il Ducato di Parma e Piacenza fino al ‘700; l’ultima erede, Elisabetta Farnese, divenne regina consorte del re di Spagna, portando in dote un immenso patrimonio artistico accumulato nel corso dei secoli precedenti (passato poi ai Borbone di Napoli, per vicende dinastiche).

“I Farnese, inoltre, furono grandi mecenati d’arte e durante i secoli collezionarono o fecero commissionare molte opere, che fanno parte di quella raccolta che è oggi nota come Collezione Farnese. Inoltre, la famiglia fece realizzare molti edifici, come il Palazzo Farnese e la Chiesa del Gesù a Roma.” (https://it.wikipedia.org/wiki/Farnese).

Qui a Caprarola siamo agli albori dei lustri della famiglia con Alessandro Farnese (cardinale, poi diventato papa con il nome di Paolo III) che commissionò la realizzazione ad Antonio da Sangallo il Giovane che ne diede l’impronta a pianta pentagonale. Fu poi l’omonimo nipote che, morto il Sangallo, fece completare la costruzione dal Vignola. Questi, mantenendo l’impianto originario, trasformò la rocca in un palazzo-villa di cinque piani, ampio e sontuoso, decorato da famosi artisti dell’epoca (Zuccari e Tempesta tra gli altri), con affreschi celebrativi della famiglia Farnese, temi mitologici, religiosi, letterati ed eruditi in genere.

Un vero capolavoro dell’architettura e della cultura tardocinquecentesca e manierista.

Dall’ingresso del palazzo (la Sala delle Guardie), si accede allo splendido cortile interno, di forma circolare (in opposizione alla forma pentagonale dell’edificio), come il cortile del Palazzo di Carlo V a Granada e quello di Villa Madama a Roma. Il cortile è completamente porticato sia a questo livello (destinato agli ospiti illustri) che a quello superiore (riservato alla vita e agli uffici del proprietario); affrescato alle pareti e alle volte.

A sinistra si accede agli appartamenti “invernali”. Subito un grande salone, con immenso camino, decorato a grottesche sulla volta, con fregi e stemma araldico al centro, cui seguono altre stanze. A destra, invece, negli appartamenti “estivi”, si apre la Sala di Giove, una vasta sala di rappresentanza affrescata nella volta con scene della vita di Giove (in particolare Giove fanciullo tra le capre, una chiara allusione al paese di Caprarola e ai fasti successivi all’arrivo dei Farnese). Alle pareti sono disegnate e dipinte colonne, archi e volte in visione prospettica. Segue, prima della serie di stanze dedicate alle stagioni (non visitabili), la Stanza della Primavera con grottesche e scene che simboleggiano il risveglio ciclico delle stagioni (Ratto di Europa, Ratto di Proserpina, ecc.).

Ma è al piano superiore che esplode la massima bellezza delle decorazioni. Si sale attraversa la Scala Regia, elicoidale, sostenuta da colonne ed affrescata nelle pareti e nel soffitto, come anche negli spazi in cui si aprono ampi finestroni. Assolutamente mirabile.

Una serie di stanze si sviluppano di seguito l’una all’altra. Sul fronte verso il paese sono le stanze di rappresentanza. Si comincia con la Loggia di Ercole, una lunga stanza con grandi finestre sul lato esterno; su uno dei lati brevi una monumentale fontana; il pavimento è smaltato; alle pareti vedute dei principali possedimenti dei Farnese. Segue una piccola cappella circolare, con copertura a cupola; la luce proviene da tre finestre istoriate. Nella copertura sono sei tondi con storie del Vecchio Testamento, in loro corrispondenza, sul pavimento, sei tondi di pietra e marmi. Alle pareti immagini di santi, mentre una Pietà è posta sull’altare.

Segue la Sala dei Fasti Farnesiani, con affreschi al soffitto e sulle pareti che celebrano con solennità episodi gloriosi della famiglia, interpretati con intenso gusto classico. Alltraverso la quadrata, piccola Anticamera del Concilio, si passa nel Salone d’Onore. Qui si celebra la figura di Paolo III a cominciare dal grande affresco sul Concilio di Trento, posto sulla parete di fronte alle finestre.

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Siamo ormai negli appartamenti privati del cardinale: quattro stanze del quartiere estivo. Sono esposte verso il giardino con funzioni essenzialmente di godimento estetico e destinate ad attività di studio e di lavoro. Al vertice del pentagono, opposto alla facciata principale, è la Sala del Torrione, un piccolo studiolo dal soffitto a cassettoni in legno intagliato. Seguono le stanze dell’appartamento invernale, tre in tutto, con decorazioni e affreschi a sfondo religioso (come l’esaltazione della Santa Croce, in linea con i dettami del Concilio di Trento. Le decorazioni del quartiere estivo presentano, invece, tematiche ad argomento mitologico.

Stupenda è la Sala del Mappamondo, una grande sala di rappresentanza del quartiere invernale. Nella volta sono le raffigurazioni delle costellazioni con i relativi segni zodiacali; alle pareti grandi affreschi con le carte geografiche redatte con grande accuratezza e straordinaria precisione, rispetto alle conoscenze dell’epoca (sono rappresentate l’Europa, l’Africa, la Giudea, l’Italia, le Americhe, l’Oriente e un grande planisfero). Una sala che indica grande conoscenza scientifica e elevato livello artistico.

Subito dopo è la Camera degli Angeli, celebrati come strumento della potenza e giustizia divina (anche questo seguendo i dettami del Concilio di Trento). Segue ancora la Camera dei Sogni (usata come camera da letto nel periodo invernale), affrescata con soggetti biblici.

Attraverso due ponticelli in legno si raggiungono due gradini (uno estivo, l’altro invernale), chiusi da due ninfei. Oltre le opere murarie si estendeva poi il bosco e il resto della proprietà dei Farnese.

Un complesso davvero notevole.

Al Lago di Vico si giunge anche seguendo il suo lato occidentale. Il Lago di Vico è uno dei tre laghi di origine vulcanica (insieme con quelli di Bolsena e Bracciano) che si trovano nell’area del Lazio settentrionale. E’ il più piccolo, ma anche quello che meglio si è salvato dall’assalto della speculazione edilizia. Nessun abitato sorge sulle rive del lago, poche le costruzioni, qualche raro stabilimento balneare.

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La vegetazione, florida e ricca, arriva fin quasi alle sponde del lago, una lunga riva sabbiosa accoglie i rari insediamenti e i frequentatori del lago. Forse anche per questa ragione ci appare così dolce ed accogliente, anche in una brumosa e in parte piovosa mattina di novembre.

Nel corso del tempo la sua superficie si è progressivamente ridotta a dodici chilometri quadrati. Il lago, entro il quale vivono lucci, anguille e trote, registra una profondità massima di 45 metri. Fa parte della Riserva Naturale del Lago di Vico che comprende, oltre allo specchio di acqua, anche 4.100 ettari di territorio, in gran parte boschivo. Al suo interno nocciole (la specialità del posto), larici, faggi e querce. Ci sono anche varie zone attrezzate per la sosta, ed è possibile percorrere vari sentieri opportunamente indicati.

Noi ci siamo arrivati da Viterbo attraverso il piccolo paesino di San Martino al Cimino. Questo paesino è posto quasi al limite del crinale dell’originario bacino vulcanico; proprietà prima della storica Abbazia di Farfa, divenne feudo della famiglia Pamphilj. Ancora oggi, attraversandolo, si nota il poderoso palazzo voluto dalla famiglia e la chiesa di San Martino con la facciata chiusa da due torri seicentesche che si chiudono a cuspide.

Attraversato per intero il paese, si scende lentamente verso il lago e la sua sponda sabbiosa (posta a sud dell’invaso), dove solo la presenza di alcuni pescatori e di qualche addetto alle pulizie di un vicino campeggio animano la zona in questo periodo.

Con il Lago di Vico si conclude il nostro giro della Tuscia, così vivido e piacevole.

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