Gela

Se c’è un luogo della Sicilia che costituisce la quintessenza delle profonde contraddizioni tra i grandi ritrovamenti dell’era antica e gli stravolgimenti non certo positivi, dell’epoca moderna, questa è Gela.

In molti luoghi, purtroppo, abbiamo dovuto incontrare scene di degrado ed impoverimento del grande patrimonio archeologico, storico e culturale del passato (scavi in abbandono, aree archeologiche invase da erbacce, zone abbandonate e in disuso), ma qui la contraddizione è resa visibile e palpabile dalla presenza di reperti archeologici che si stagliano avendo come sfondo le ciminiere, i fumi e le strutture del polo petrolchimico di Gela, che avrebbero dovuto produrre occupazione e sviluppo, ad oggi abbandonate e in disuso, e che hanno prodotto solo gravi danni all’ambiente e alla economia dei territori interessati.

E parlo soprattutto dell’Area Archeologica, che si trova a ridosso della costa. Risale ai tempi della colonia greca costituita nel VII – VI secolo a.C. (probabilmente nel 688 a.C.) ad opera di abitanti provenienti da Lindo, una località dell’Egeo meridionale.

Questa era la zona dell’Acropoli, della quale solo alcune parti sono state riportate alla luce. Ruderi di costruzioni botteghe, parti di mura e tracce del tessuto viario, nonché i resti di alcuni templi. (Vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Acropoli_di_Gela).

Di quello più vasto, (probabimente dedicato ad Atena), è rimasta in piedi una colonna in stile dorico (alta quasi 8 metri) che è uno dei simboli cittadini.

La colonna si staglia, solitaria, proprio sul fondale costituito dalle torri del polo petrolchimico; e non è un bel vedere. Il nostro viaggio risale al 2013 ma credo che, a parte la ormai definitiva chiusura della imponente fabbrica, non molto sia cambiato da allora.

Eppure i coloni greci avevano scelto questo territorio per le sue “qualità” naturali: un golfo ampio, una territorio pianeggiante, i declivi dolci di un’area collinare che lo circonda, un terreno fecondo, numerosi corsi d’acqua, un clima dolce e mite.

Le condizioni ideali per attività agricole diffuse e diversificate, presupposto di una economia dinamica che avrebbe portato Gela ad essere una delle “polis” più importanti del complesso magnogreco della Sicilia.

Di tanto valore da aver fondato a sua volta la colonia di Akragas (Agrigento), e di aver esteso il proprio controllo su una ampia parte della Sicilia. Attestazioni confermano che Gela (insieme con Siracusa), partecipò alla battaglia di Imera contro i Cartaginesi con un esercito di 5.000 uomini a difesa di Agrigento, prima che quest’ultima, divenuta a sua volta importante centro economico, pensò bene di rivolgersi proprio contro Gela, di distruggerla e di impossessarsi del suo territorio nel 282 a.C.

Di questa lunga e travagliata storia, rimangono, dunque, in questa zona dell’Area Archeologica, solo pochi, dispersi e maltenuti resti.

Molto meglio conservate, dalla parte opposta della città, anche queste lungo il litorale, le antiche mura che hanno preso il nome da uno dei capi militari della città: Timoleonte.

Qui, presso Capo Soprano, le Mura Timoleontee costituiscono uno degli esempi meglio conservati di architettura militare greca; il tratto portato alla luce è lungo quasi 400 metri e risale al IV secolo a.C. Ciò che rende davvero unico questo monumento “(…) è il materiale utilizzato per la sua costruzione: grossi blocchi squadrati in Calcarenite nella parte inferiore e uno spesso strato di mattoni d’argilla crudi o “cotti al sole” che si sono perfettamente conservati e necessitano di un’adeguata protezione dall’azione delle intemperie e del tempo.” (https://it.wikipedia.org/wiki/Gela).

Mi pare utile spendere qualche parola positiva sulle opere realizzate per la conservazione di questo manufatto. Riportato alla luce, era stato ricoperto per preservarlo dalle intemperie, ma la copertura realizzata aveva creato umidità e scompensi termici tali da determinare un deterioramento delle pietre. Tale copertura è stata smantellata e sostituita da una più complessa struttura che ne garantisce una conservazione moderna e funzionale.

Altrettanto bene organizzato, secondo i criteri più moderni ed avanzati, è il Museo Archeologico, che si trova vicino all’Area Archeologica.

Numerosi sono i reperti raccolti con criteri cronologici a partire dalla preistoria fino all’età medievale (la città, infatti, dopo la distruzione del 282 a.C., conobbe nuova vita con Federico II che la rifondò nel 1233, con il nome di Heraclea Terranova).

Ma, com’è ovvio, la parte più significativa dell’esposizione mussale è costituita dai numerosi reperti di epoca greca e magnogreca.

Ceramiche, vasi, anfore di vario genere e fattura, di uso domestico e quotidiano si susseguono nelle teche del museo, oltre a corredi provenienti da diverse inumazioni. Piccoli vasi per unguenti sono collocati insieme a bei piatti ceramica (usati nei banchetti) dipinti; bracciali, placche dorate e incise, collane, orecchini, amuleti e statuette votive costituiscono l’ampio assortimento esposto all’interno delle diverse sale.

Superfuo descrivere tutti gli oggetti esposti; come di consueto tratterò esclusivamente di quelli che maggiormente hanno colpito la mia curiosità e la mia attenzione.

Anzitutto un prezioso elmo corinzio (VI – V secolo a.C.) ritrovato nei fondali delle acque antistanti il territorio di Gela.

Stupenda una antefissa a forma di “Testa di Sileno”, pregevole per la ricchezza dei dettagli, dalla barba riccioluta ai lunghi baffi, e per la forza espressiva del volto. Ovviamente sono presenti anche varie antefisse più comuni a forma di Gorgoni. meno comune è la presenza di alcune parti retrostanti le antefisse, con coppi dipinti a disegni geometrici.

Alcune delle ceramiche riportano le iscrizioni autografe dei loro produttori. Assai delicato un vaso dipinto con l’immagine di Eracle nel giardino delle Esperidi. (per quanto riguarda l’antico mito greco vedi: https://it.wikipedia.org/wiki/Giardino_delle_Esperidi).

E con questo concludo il racconto del mio viaggio a Gela e nell’area della Sicilia più antica.

Da qui in avanti proverò a raccontarvi delle ulteriori tappe del mio viaggio che si estende verso le aree del barocco siciliano, nella zona sud orientale dell’isola, da Vittoria e Comiso, fino a Noto, a Modica e a Ragusa.

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