Firenze – 6

Il racconto seppur breve e sommario che ho cercato di delineare nei precedenti scritti relativi allo stupendo complesso costituito dal Duomo, dal Campanile e dal Battistero di Santa Maria del Fiore, non può essere completo senza raccontare del Museo dell’Opera de Duomo.

Al momento della nostra visita, nel marzo del 2014, esso era parzialmente chiuso per lavori di ammodernamento e restauro dei locali. Ciò mi permette di raccontare più dettagliatamente di due grandi e mirabili opere che potevano essere visitate ed ammirate: la Porta del Ghiberti da poco restaurata e la Pietà Bandini di Michelangelo. Due opere preziose e grandiose che suscitano ammirazione e godimento a chi le osserva.

Il Museo, tuttavia contiene altre grandi e mirabili opere cui accenno solo come indicazioni per chi volesse visitare oggi il Museo che è stato riaperto al pubblico negli scorsi anni.

Il Museo, infatti, espone oggi una serie di opere (per gran parte provenienti dal complesso del Duomo e qui ricoverate per la loro migliore preservazione) che costituiscono una panoramica dell’arte fiorentina (ed italiana) dell’arte da trecento e cinquecento.

Citerò solo alcune di queste, quelle che nell’elenco generale considero le più significative ed importanti (https://it.wikipedia.org/wiki/Museo_dell%27Opera_del_Duomo_(Firenze)).

Ci sono opere di Arnolfo di Cambio, quali la la statua marmorea di Bonifacio VIII che era precedentemente collocata sulla facciata del Duomo, e una dolcissima Madonna con Bambino. Ci sono poi alcuni frammenti di statue e di gruppi scultorei di Tino di Camaino, artista poco conosciuto, vissuto a cavallo tra il duecento e il trecento, le cui opere avevano adornato la precedente facciata del Duomo.

Statue e formelle sono di Donatello, delicate e dolci come tutte le sue opere. Di Donatello, in particolare, va ricordata la “Cantoria”, una sorta di balconcino scolpito e decorato finemente. La scena, contornata da colonnine, fregi e festoni, racconta di una danza frenetica, che esalta dinamismo e contrasti, espressione evidente di gioia e felicità.

Un’altra “cantoria” è di Luca della Robbia. Altre opere sono di Nanni di Banco e del Pollaiolo. Infine è esposto un antico e bellissimo altare argenteo.

Ma, come ho detto, voglio soffermarmi sulle due principali opere che ho potuto ammirare di persona in occasione della mia visita. Comincio dalla Porta del Ghiberti.

Si tratta della ultima, in ordine di tempo, realizzata per il Battistero di San Giovanni, il cui portale si apre di fronte alla facciata del Duomo.

La porta venne pesantemente danneggiata dall’alluvione di Firenze del 1966, al pari di altre opere conservate in luoghi diversi della città; l’acqua spalancò il portone, danneggiò la struttura, tolse sei dei dieci pannelli che la adornavano, aggravò ulteriormente il degrado della intera opera. Un lungo restauro venne allora intrapreso che si concluse solo nel 2006, grazie ad un attento lavoro dei restauratori e ad un cospicuo finanziamento di una azienda giapponese.

La porta che ho potuto ammirare nel Museo è l’originale, mentre una sua copia fedele è stata collocata nel Battistero.

Ed è semplicemente magnifica.

Ogni battente è incorniciato da due lunghi listelli dorati, ulteriormente arricchiti da fregi, decori, figure, testine e piccoli busti. Listelli e fregi incorniciano i dieci riquadri (per la precisione sono dei rettangoli), nei quali sono illustrate scene del Vecchio Testamento.

Da tener presente che ciascuna scena presenta una rappresentazione complessa, di più fatti che si riferiscono all’oggetto dell’opera. Ad esempio nella formella di Giuseppe si trovano concentrate: Giuseppe buttato nel pozzo, Giuseppe venduto ai mercanti, la consegna di Giuseppe al faraone, il sogno del faraone, il faraone che rende omaggio a Giuseppe, Giuseppe che riconosce e perdona i fratelli. Dunque scene di indubbia vivacità e dinamicità.

Un lavoro davvero stupendo.

Non mi addentro in una descrizione analitica di ciascuna formella, le potete trovare in libri di storia dell’arte o in pubblicazioni specializzate con dovizia di particolari e dettagliate considerazioni di carattere artistico, storico, teologico e culturale.

Qui mi limito solo ad elencarle (sui due registri, dall’alto verso il basso): Adamo ed Eva, Caino e Abele, Noè, Abramo, Isacco, Esaù e Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Giosuè, Davide, Salomone e la Regina di Saba.

Ma veniamo a quella che è una delle ultime opere di Michelangelo e, al contempo, a mio parere, una delle più intense, intime e ardenti: la Pietà Bandini.

Così chiamata perché al momento dellamorte dell’artista venne venduta a Francesco Bandini, architetto e scultore di Firenze, venne realizzata negli ultimi anni di vita di Michelangelo, probabilmente tra il 1547 e il 1555 (anche su questa opera potete trovare sia in rete che pubblicati, numerosi scritti e descrizioni sicuramente più dettagliate e preziose della mia).

Quel che è certo che il gruppo marmoreo di Michelangelo ha suscitato in me profonda emozione, ed a lungo ho sostato davanti ad esse, soffermandomi anche sui particolari e su alcuni aspetti estetici dei quali avevo letto in precedenza.

Oltre ad essere sostanzialmente incompiuta, l’opera presenta alcuni problemi legati alla dimensione e alla natura del marmo (una venatura del marmo provocò la rottura di una gamba del Cristo, un’altra gamba manca completamente).

Tuttavia l’insieme, proprio per queste difficoltà, per la sua incompiutezza, ed anche per il complicato addensarsi delle figure in uno spazio assai limitato, per la plasticità dei corpi che sembrano quasi scaturire l’uno dall’altro, determina una impressione forte colpisce profondamente lo sguardo dello spettatore.

Certamente ad una simile impressione contribuisce il sapere che questa opera venne cominciata dopo la morte di una cara amica di Michelangelo, Vittoria Colonna, da un artista ormai settantenne che sentiva avvicinarsi il momento della morte e sul cui animo pesava una visione della vita sempre più intima e ripiegata su se stesso.

Ma se ciò è vero, bisogna anche affermare che questa condizione, umana e al contempo intima e spirituale di Michelangelo, si esplica fortemente e con grande intensità proprio negli aspetti formali dell’opera, e sono quindi ben individuabili e conoscibili proprio partendo da ciò che esprime e suscita l’opera stessa.

E ben evidente l’intensa partecipazione emotiva di Nicodemo (dottore in legge, fariseo. membro del Sinedrio e apostolo di Cristo), che sorregge il corpo del Cristo, che scivola verso in basso, con le membra rilasciate nella morte, nonostante gli sforzi di Maria e della Maddalena che tentano di sorreggerlo. Assai diversa quindi dalla Pietà michelangiolesca di San Pietro, dettata da una precisione formale e da una celebrazione della morte più che, come in questo caso, da una intima e fervente pietà. Molti hanno visto, nel volto di Nicodemo, un ultimo autoritratto di Michelangelo: ciò è possibile e confermerebbe la forte e personale intensità dell’opere, magistrale, come in tutte le altre opere dell’artista.

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