Nazzario Frezza

Questo scritto è dedicato al mio personale ricordo di una brava persona, un caro amico, per molti anni frequentato, recentemente scomparso.

Non sono uso a scrivere necrologi e nemmeno questo vuole esserlo.

Sento però il bisogno di raccontare, dal mio punto di vista, questo uomo umile e forte nello stesso tempo, provvisto di una grande cultura contadina, padrone di una antica tradizione e capace, al contempo, di farsi promotore di una iniziativa economica moderna ed avanzata che ha portato un contributo notevole alla sua terra.

Alla terra, Nazzario Frezza era profondamente legato, molto più per un concetto di semplice possesso di un terreno e delle pratiche di una sua corretta conduzione. Conservava il sapore profondo di una conoscenza antica, lontana, sedimentata nelle pieghe di un tempo passato che si riproponeva, però, periodicamente ad ogni alternanza di stagione e poteva essere governata, se non addirittura prevista.

Un segno concreto di questa sua atavica conoscenza, legata a meccanismi, logiche, tradizioni e pratiche ormai perdute ma, credo, che si sono tramandate per secoli, di generazione in generazione di agricoltori, era la sua capacità, verso la fine del mese di gennaio, di prevedere l’andamento climatico dei successivi mesi dell’anno. Una cosa che per me, persona proveniente da tutt’altri saperi e metodi e strumenti di conoscenza, faceva stupore ed ammirazione insieme.

Queste sue conoscenze profonde dell’agricoltura, della terra, delle stagioni e, se possiamo dirlo, anche del tempo, gli hanno spesso permesso, dal livello della sua formazione scolastica di livello elementare, di superare, controbattere e sovrastare persone, uomini ed anche organizzazioni con studi e formazione ben più avanzate delle sue.

E questo proprio perché, ribadisco, ne sono convinto, egli era portatore di una cultura profonda, capace di superare le barriere del tempo e dello spazio, attingendo a interi mondi di esperienza e di saperi antichi.

E, come tutte le persone dotate di alta cultura e di grande intelligenza, non era un saccente. Capace di ascoltare, con pazienza, opinioni e posizioni anche diametralmente lontane dalle sue, di sopportare complessi e complicati ragionamenti anche quando non ne condivideva affatto provenienza, impostazioni e conclusioni.

Alla fine di un confronto c’erano, tuttavia, solo due strade: la stigmatizzazione e la sferzante risposta all’interlocutore, mai banale, sempre con circostanziate, sintetiche controdeduzioni, oppure semplicemente quella di ignorarne le affermazioni, in ciò prendendo formalmente e sostanzialmente ogni distanza dal proprio interlocutore.

Perché questo era nel carattere di Nazzario Frezza, ed anche, se volete, nel suo nome, dedicato ad una santuario insediato nel territorio di Apricena, un santuario antico, ormai decaduto, che, non a caso, aveva visto fasti migliori quando l’agricoltura costituiva se non la principale forse l’unica vera risorsa di quel territorio, il Santuario di San Nazzario. Decaduto, ma mai dimenticato da una devozione secolare che ogni anno si rinnova puntualmente con giornate di festa, vicino all’imbocco della superstrada per il Gargano.

Nazzario, in dialetto locale (spero di scriverlo bene) ‘nzarù’; da molti chiamato, sottovoce, per non farsi sentire da lui, “lo zar”. Giacché le sue doti di comando e le decisioni, a volte autocratiche, ma sempre sostenute da intimi e convinti ragionamenti, erano ben conosciute.

Decisioni tuttavia mai azzardate, suggerite dalla conoscenza profonda degli uomini e delle cose. La sua memoria era prodigiosa. Di ciascun contadino socio della Cooperativa Agricola di Apricena conosceva tutto, e, senza l’ausilio di nessun computer, file, sistema di registrazione e tantomeno di un qualsiasi pezzo di carta, era in grado di dire non solo quanto terreno possedeva, quali coltivazioni faceva, quali metodi utilizzava, ma anche quanti e quali prodotti avesse conferito negli anni precedenti, cosa avesse acquistato, quali pratiche di coltivazioni seguisse e, infine, anche di delinearne il carattere, l’affidabilità (che per lui era questione assai importante), e magari anche qualche elemento della loro vita personale.

Nella Cooperativa di Apricena (il cui nome fu poi trasformato in “Fra Coltivatori”) io l’ho conosciuto e frequentato per una decina di anni, sullo sorcio del secolo scorso, quando lavoravo presso la Lega delle Cooperative di Puglia.

Una conoscenza e una frequentazione lunga, di lui e dei suoi collaboratori, dei quali mi resta un piacevole e affettuoso ricordo.

Nella cooperativa Nazario Frezza ha messo tutta la sua capacità, le sue conoscenza, la sua cultura e anche la sua forte determinazione nel perseguire, con grande lucidità, anche di fronte a pressioni e spinte che provenivano dall’interno stesso della organizzazione o da livelli diversi dell’associazione, l’obbiettivo fondamentale di migliori condizioni e positivi risultati economici per la sua cooperativa e per i soci della stessa.

Intelligente, sagace, dotato di quella “furbizia” contadina che non è mai sanzione per l’avversario, ma ricerca di un interesse e un bene comune più importante, ha guidato per anni (anzi per decenni) la cooperativa, senza tentennamenti, tenendo sempre la barra dritta verso l’individuazione e la ricerca di positivi risultati economici per la cooperativa e per un benessere economico e sociale maggiore dei soci.

Da qualche parte dovrebbe esserci ancora un piccolo libretto da me dedicato al racconto delle complesse vicende della cooperativa in quegli anni, tra successi e momenti difficili, pure incontrati, ma sempre positivamente superati, proprio grazie alle determinate convinzioni e alle ferme decisioni del suo presidente.

Nazario Frezza e la Cooperativa di Apricena hanno vissuto in rapporto simbiotico, e la cooperativa per lui era, ne sono convinto, molto di più che una semplice azienda. Era la sua creatura e, al contempo la sua eredità per le generazioni future, per i posteri, per quelli che gli sarebbero succeduti.

Infine, poche, timide parole sul mio rapporto di amicizia con lui o, per essere più precisi, delle sue espressioni di amicizia nei miei confronti.

Nazzario Frezza, nonostante lo abbia conosciuto quando la sua età era di certo più avanzata della mia, si è sempre comportato con me in un rapporto di fraterna e sincera amicizia. Mi ha aiutato, con consapevolezza e senza indecisioni nel momento del bisogno, quando fui coinvolto nelle dolorose vicende dell’Aica; mi ha sostenuto quando ho dovuto decidere su una mia importante scelta lavorativa e di vita; mi ha fatto compagnia in tante occasioni di confronto e di discussione, anche accese, all’interno dell’organizzazione che rappresentavo.

Un ultimo piacevole ricordo.

Una sera, ad ora inoltrata, mi telefonò per chiedermi di raggiungerlo con urgenza in cooperativa, c’era un problema indifferibile da affrontare. Io, ero già a casa, preoccupato dalla pressante telefonata, mi rivestii in fretta e da Foggia raggiunsi Apricena. Quando arrivai mi trovai davanti a un piacevole quanto artigianale banchetto: su un fuoco arrostiva un capretto, su un tavolaccio di legno erano grandi piatti di pane e formaggio e poi vino, tanto vino.

Su tutto lo sguardo sorridente e ironico di Nazario Frezza.

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