Roma – 8

Da secoli ormai sono scomparsi gli spalti che ospitavano le migliaia di persone assiepate lungo il perimetro dello Stadio di Domiziano, un’arena destinata alle competizioni atletiche (corsa, lotta, pugilato); una struttura in muratura riccamente decorata ed ornata di tante statue (una di queste è quella di Pasquino, forse facente parte originariamente di un gruppo ellenistico).

Essendo riservata alle gare di atletica, la struttura muraria (della quale sono ancora alcune tracce), era solo quella dell’ellisse esterna, non c’era la spina centrale (che era presente nei circhi per le corse di carri e cavalli), e lo spazio centrale era tutto destinato alle gare degli atleti; l’obelisco attualmente al centro della piazza proviene dal Circo di Massenzio sulla via Appia. (https://michelecasa.wordpress.com/2017/10/20/roma-antica-4/).

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Distrutte le statue e i marmi, in gran parte riciclati e riutilizzati in maniera spuria, gli spalti sono stati sostituiti prima con semplici abitazioni medievali e poi, a loro volta, con prestigiosi palazzi, chiese e costruzioni di vario genere; il grande spazio centrale è stato abbellito di nuove statue, gruppi marmorei e fontane realizzate dai migliori artisti della Roma barocca.

Successivamente quello spazio ellittico è diventato la piazza per antonomasia, nella quale era piacevole passeggiare, dove si incontravano artisti e personaggi pubblici, prima del dedalo di viuzze che portano al Tevere, (passando proprio davanti alla statua di Pasquino), oppure, sul lato opposto, verso i palazzi del potere politico.

Infine la piazza attuale, ancora bellissima, anche se centurata dagli innumerevoli caffè e ristoranti, con la presenza di modesti disegnatori che cercano di sbarcare il lunario, qualche musicista da strada, giocolieri e artisti vari che si esibiscono cercando di raccattare qualche moneta senza incappare nelle ire e nell’intervento sanzionatorio di vigili, carabinieri e poliziotti; un passaggio continuo di romani e di turisti che la attraversano ad ogni ora del giorno (e, spesso, soprattutto d’estate, anche della notte).
Quello che è rimasto, ed è notevole, è proprio il grande spazio della pista dello stadio, la sua forma ellittica, la sua superba dimensione (lunga 276 metri, larga 106; poteva ospitare fino a 30.000 spettatori).

Sulla piazza, le tre fontane. La prima ad essere realizzata fu quella sul lato meridionale della piazza, comunemente chiamata la Fontana del Moro. Originariamente era ornata da quattro tritoni con la buccina, alternati da mascheroni; solo successivamente fu aggiunta la figura centrale di un personaggio (forse un tritone) che lotta con un delfino.

Sul lato opposto è la Fontana del Nettuno, assai più recente, costituita da gruppi di cavalli marini guidati da fanciulli e sirene in lotta con mostri marini. Al centro la figura di Nettuno con un tridente che si difende da una piovra gigante.

Ma la fontana sicuramente più importante ed interessante è quella centrale, opera del Bernini e che rappresenta i Quattro Fiumi (il Danubio, il Gange, il Nilo e il Rio de la Plata) a segnare i quattro angoli della terra. Al centro è l’obelisco di cui ho detto prima.
Il gruppo marmoreo, realizzato all’epoca con i proventi delle tasse su pane, vino ed altri generi di consumo, è sicuramente uno dei monumenti più belli e famosi della Roma barocca.

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Si dice che la posizione di una delle statue, sia stata voluta esplicitamente dal Bernini, con la sua espressione di stupore e di paura disegnate sul volto, l’orrore stampato sul viso, le braccia e le mani protese in una posizione di difesa, come esplicita critica all’operato del suo grande antagonista, il Borromini, un altro grande artefice del barocco, forse il suo iniziatore, sicuramente il miglior teorizzatore, che aveva da poco realizzato la stupefacente, magniloquente ed equilibratissima chiesa di sant’Agnese in Agone, sul lato sinistro di piazza Navona.

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Tra i due artisti non correva buon sangue, erano due spietati concorrenti, abili e capaci nel loro lavoro, geniali nelle invenzioni, un poco più schematico e raffinato il Borromini che si dilungava in lunghi ed approfonditi studi relativamente alle commesse ricevute o ai suoi fantastici progetti; più concreto, spontaneo e rapido il lavoro di Bernini. Ambedue autori fantastici, ambedue artisti di grandissimo livello, ambedue veri maestri dell’arte; alla fine il maggior successo arrise al Bernini, forse più per il suo carattere scaltro e gioviale che gli permise di introdursi rapidamente nei circoli che contavano a Roma e di ottenerne prestigiose e ricche commesse, affermandosi con il proprio, sul carattere più schivo, chiuso e introverso del Borromini.

Quest’ultimo finì, sempre più umiliato ai margini della complessa e vivace vita artistica dell’epoca, sempre più chiuso in se stesso e nel suo laboratorio, fino a che distrusse gran parte dei suoi scritti, dei bozzetti, dei progetti, dei minuti e dettagliati calcoli da lui elaborati per opere realizzate o che aveva in mente di realizzare.

A piazza Navona, qualunque cosa abbia voluto intendere o insinuare Bernini (che comunque realizzò la fontana prima della chiesa) si staglia questa prodigiosa, bellissima opera del Borromini, la chiesa di san’Agnese in Agone.

Il nome deriva dal fatto che sarebbe costruita sul luogo del martirio di Agnese, fanciulla romana mandata a morte da Domiziano, e dall’antico nome di piazza Navona, derivata dal latino “In Agonis”.

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E’ incredibile qui notare subito, nella facciata della chiesa il lavoro “volumetrico” del Borromini, la sua capacità di dar spazio e impressione di grandezza ad una facciata dalle dimensioni in realtà assai ridotte. Sotto la sua sapiente capacità di governare le dimensioni, l’artista riesce a dare l’impressione di una espansione dei volumi assai maggiore di quella che in realtà è. La facciata è concava al centro, le due parti laterali sormontate da due campanili gemini, il cupolone centrale esaltato dall’andamento agile e sinuoso delle linee.

Probabilmente fu l’invidia di queste forme prodigiosamente controllate, di questo equilibrio che esalta gli spazi, a determinare la posizione del Bernini. Invidia dissimulata da satira feroce (al di là della storia della fontana), piuttosto che un corretta critica analitica del prodotto artistico del suo concorrente.

Il gioco delle proporzioni, il perfetto equilibrio dei vari elementi architettonici, il forte governo dello spazio e il prodigioso dominio delle misure, continuano ed esplodono ulteriormente all’interno della chiesa. Anche qui, il ridotto spazio a disposizione viene sapientemente utilizzato per espandere la visuale dello spettatore, per moltiplicare volumi che in realtà non ci sono, per moltiplicare spazi in realtà assai più limitati.

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Un intento di glorificazione assai ben riuscito.

L’interno è a croce greca, con un lato leggermente più lungo dell’altro; grandi colonne sono poste a ciascuno dei lati dei quattro bracci (quindi otto poderose colonne); l’insieme punta a valorizzare lo spazio centrale che viene artificiosamente esaltato ed espanso verso l’alto, verso la prodigiosa cupola centrale.

Ogni altro elemento del ricco ornamento della chiesa, le decorazioni e le statue variamente collocate sulle pareti, nelle nicchie, negli spazi liberi, sono tutti orientati ad esaltare la spazialità, l’ariosità, il volume del vuoto, dello spazio vuoto che non risulta una mancanza, una carenza dell’opera, bensì ne costituisce la parte forse più esaltante e magnifica.

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I pennacchi della cupola sono affrescati con le quattro virtù cardinali, mentre la cupola è interamente affrescata e raffigura sant’Agnese introdotta alla Gloria del Paradiso.

All’esterno della chiesa, tornando sulla piazza, si possono ammirare alcuni grandi edifici nobiliari realizzati nel corso del tempo: Palazzo Braschi (fine XVIII secolo); Palazzo Lancellotti (1550 circa); Palazzo Pamphilij (1650 circa).

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