Campobasso

Campobasso, ad onta del suo nome, non è affatto una città “bassa”.

Al contrario le sue costruzioni, particolarmente quelle del centro antico, si inerpicano sulle falde di un monte. Qui le stradine e i vicoli si inseguono verso l’alto, scomparendo ed incrociandosi con lunghe ed alte scalinate. Un duro esercizio per le gambe e i polmoni di un turista, figuriamoci per chi vive all’interno di quella zona.

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L’intrico di strade e scale, sale, con brevi e parziali interruzioni, verso l’alto, fino a giungere alla quadrata struttura di Castello Monforte, noto ai più quale stazione meteorologica dell’aeronautica militare italiana.

Castel Monforte è oggi una struttura tozza e squadrata, le sue forme attuali sono quelle che il maniero ha assunto intorno al 1450. Probabilmente ha origini in età longobarda, visto che risalgono all’818 le prime notizie circa un aggregato urbano ed un castello realizzati a seguito di una concessione di Adelchi a favore dell’abate di santa Sofia di Benevento. dai primi del ‘300 si ha poi notizia dei conti di Manforte, signori di Benevento.

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Una scalinata interna (moderna) conduce in cima al castello che, a sua volta, è edificato sul punto più alto della città, in cima al monte che sovrasta la cittadina; da qui si gode una magnifica vista sull’abitato (sia la sua parte vecchia che quella moderna) e sui dintorni. In una torre adiacente è la stazione meteorologica.

Nella piccola piazza antistante l’ingresso del castello (ingresso che era però originariamente sul lato opposto), è anche la graziosa chiesetta di santa Maria dei Monti, a tre brevi navate, senza abside; solo dietro l’altare alcuni affreschi.

Molto più interessanti, poco più in basso, lungo le balze del monte, prima ancora di addentrasi nell’abitato della città vecchia, due piccole chiese in puro stile romanico: la chiesa di san Giorgio e, poco più in basso, la chiesa di san Bartolomeo.

La chiesa di san Giorgio (che purtroppo era chiusa), con il suo corto campanile quadrato, è dedicata al patrono della città.

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Risale al X secolo e sorge sulle rovine di un precedente edificio di epoca alto medievale, che, a sua volta riutilizzava un tempio romano. Si distinguono nettamente un corpo centrale e la successiva aggiunta di due corpi laterali.

Sulla semplice facciata a capanna si apre la porta di accesso, incorniciata da due semicolonne quadrate e sovrastata da una lunetta istoriata. Un piccolo oculo è poco più alto, al di sopra dell’ingresso.

Si scendono alcune scale e, preannunciata da un campanile alto e quadrato e da alcuni resti cementizi di una antica torre, è la chiesa di san Bartolomeo.

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Risale al XIII secolo, anche se sono evidenti alcune aggiunte di epoca posteriore. La facciata è squadrata, un tipico esempio di romanico pugliese; un pò più alta al centro, ribassata sulle parti laterali. Ha tre porte d’ingresso, quella centrale è più grande e presenta un protiro molto schiacciato e fiancheggiato da due archetti ciechi.

L’insieme, assai semplice, e anche assai gradevole.

Ci addentriamo nel dedalo di vicoli e di scale che caratterizzano la città vecchia. Scendendo e salendo per scalinate e stradine, raggiungiamo il Museo Provinciale Sannitico; un museo non grandissimo, ma con spunti e reperti assai interessanti.

Il territorio circostante era, nell’antichità, abitato da alcune tribù sannitiche, in particolare quella dei Pentri (il loro spirito-guida era un toro) e quella dei Frentani (il loro spirito-guida era il cervo).

Vari reperti della civiltà sannitica sono qui raccolti; ovviamente, per lo più, si tratta di corredi funerari ritrovati in varie tombe; le tumulazioni, nel VII e VI secolo a.C., erano principalmente per inumazione, mentre, a partire dal V secolo, si sviluppa la pratica dell’incinerazione. Si tratta quindi principalmente di urne cinerarie e degli oggetti di vario genere (vasi, ampolle, statuette ed ornamenti), presenti nelle tombe.

In una grande vetrina espositiva sono vasi in ceramica e in rame, ciotole, olle, collane ed altri oggetti di uso comune per un popolo le cui attività prevalenti erano quelle dell’agricoltura e della pastorizia.

La presenza tuttavia di numerosi vasi, testimonia una frequentazione costante con le popolazioni etrusche a nord e della Magna Grecia verso sud.

In alcune teche di minori dimensioni, accompagnati da alcuni testi esplicativi, sono raccolti elmi, lance e spade che testimoniano l’esistenza di una vivace aristocrazia guerriera. D’altra parte i sanniti sono stati un popolo che si è battuto lungamente e, a volte, con successo, contro le forze della potenza che allora si andava estendendo in Italia: Roma. Interessante è anche la documentazione della evoluzione armi ed armamenti attraverso l’esposizione di elmi e spade,

In un’altra teca sono conservate collane, monili e gioielli di varia foggia e di diversi materiali. C’è anche uno spazio dedicato a strumenti dell’artigianato: asce, punte di selce ed altro ancora.

Al piano superiore del museo sono poi raccolti numerosi vasi, alcuni assai belli, come un cratere appello a figure rosse, con Eros che porta uva; affascinante un piccolo cocchio incerta con una fedele riproduzione dei due cavalli e di parte dell’auriga. Una raccolta piattini, coppe, piccoli vasi, mentre spiccano due tavolette in bronzo con lunghe iscrizioni (una delle due è una maledizione).

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Varie statuette in ceramica sono l’effige di Mefite, una dea legata al culto delle acque (in parte simile ad Afrodite), cui era dedicato un santuario a Sepino. Si tratta di oggetti ritrovati presso aree sacre di significativa importanza che hanno, in parte, restituito anche oggetti di pregio e di valore, segno di un importante riconoscimento di valori nella civiltà sannitica.

Bellissimi sono anche alcuni vasi incisi e dipinti o con coperchi a figure antropomorfe. Qui ormai siamo in una fase nella quale i recuperi si confondono con bronzetti di epoca romana, quando i sanniti subirono il definitivo dominio romano.

Ed infatti, all’ultimo piano del museo sono una serie di opere di epoca romana, tra queste alcune statuette e teste in marmo. Spicca una Venere di piccole dimensioni ma assai graziosa.

In una sala sono poi raccolti una serie di attrezzi per la filatura (pesi, aghi, fusi). In un’altra sala, conservati in teche, una quantità incredibile di lucerne e, tra queste, una sostenuta da una statuetta itifallica.

Bellissima, in avorio, una testa di Dioniso.

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Alcune sale sono dedicate al periodo longobardo: la riproduzione di una tomba con il defunto, le sue armi ed il suo cavallo (fedele compagno del guerriero anche dopo la morte). Alcune teche con preziosi ornamenti femminili (anelli, orecchini, fibule). In un’altra sala una grande vetrina contiene oggetti ed armi per la guerra; qui il testo esplicativo non manca di far notare la presenza di staffe (cosa precedentemente poco conosciuta).

Gradevole e stimolante questa visita a Campobasso!

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